Nelle sere d’estate, quando passavo le vacanze da mia nonna nella casa che era stata dei suoi genitori, l’ascoltavo raccontare della sua famiglia. Avevo una sete sincera per le vite di chi mi aveva preceduto, per l’esistenza di quei morti che lei e la mia tata mi portavano a salutare al cimitero, in una camminata che ci spingeva ai margini del paese e che sapeva di gioco, di avventura. Seduta sulla sedia in giardino apprendevo così da quale germe io arrivassi, quali fossero le anime che mi avevano preceduto e delle quali portavo in me il marchio biologico.

Tra i racconti ai quali la memoria della nonna era ancorata, mille volte ripetuti, e nei quali ogni volta brillava una luce nuova capace di dare un corpo ai volti visti sulle tombe, c’era la vicenda della sua sorellina, morta a 5 anni per la Spagnola

E’ da quel racconto che prendeva vita, come proiettata da una lanterna magica sul muro esterno della casa, la vicenda del bisnonno, piegato dall’angoscia per la malattia della minore dei suoi figli.

Lo vedevo incamminarsi, tirando una carriola sulla quale aveva sistemato gli altri suoi tre bambini. Lo vedevo scendere per la piccola strada verso il santuario di san Calocero. Lo vedevo pregare, alzarsi e tornare verso casa, dove la moglie assisteva la morente.

E’ così che sin da bambina ho conosciuto cosa è una pandemia. Non ho avuto bisogno di numeri e statistiche. Ne coglievo pienamente i tratti: l’assenza di una terapia efficace, la solitudine dei malati, l’impossibilità dei ricoveri.

A più di 100 anni di distanza, ancora oggi le immagini di quel pellegrinaggio giornaliero fanno parte della mia memoria, più reali di una foto, perché generate dal racconto e rimodellate dalla mia fantasia infantile.

Oggi

Confrontando quel periodo a questo, leggendo i giornali con i loro numeri, ormai per assuefazione diventati insignificanti, pensando a quanti si sentono estranei al pericolo e lontani dal lutto, da giorni ho iniziato a raccontare storie.

Parlo a chi incontro, soprattutto ai giovani e a chi vive questi mesi, sentendosi come ingiustamente recluso, dei miei colleghi morti. Dico loro di Giorgio, di Bernardo, degli altri tre della mia stessa età che si sono ammalti e ora riposano. Racconto ciò che ascolto in famiglia dai miei figli, da chi lavora in ospedale. Mi soffermo sulle vicende umane, sulla solitudine dei pazienti, sulla cura di cui avranno bisogno una volta superata la malattia.

Non credo che quelle che per omaggio al linguaggio clinico chiamo buone pratiche trovino ascolto da elenchi di dati, da sequenze di numeri., da statistiche.

Solo le narrazioni sono fatte per creare relazione, condivisione, addirittura immedesimazione. E’ dall’ascolto, da una cultura orale, che nasce prima la pietà per chi è malato e per i suoi famigliari, poi quella domanda così pervasiva: “e se capitasse a me?”.

Dalla narrazione viene la coscienza collettiva, l’intuizione di trovarsi tutti nella stessa condizione di fragilità e, per questo, ne deriva il richiamo alla responsabilità.