Tra i dispositivi di protezione individuale vi sono sono filtri e barriere. I primi trattengono le particelle in entrambe le direzioni, le seconde erigono muri tra noi e loro.

Le barriere presentano un importante vantaggio: lasciano vedere chi sta dietro di loro. Le visiere, ad esempio, pur poste davanti a bocca e naso, ci permettono di osservare le espressioni facciale e i lineamenti di chi ci sta parlando. Una barriera però non può essere a tenuta, cioè non può avvolgerci completamente, altrimenti soffocheremmo. L’aria passa, dai lati, da sotto, da sopra. Se la difesa dal Covid è la priorità, la barriera deve essere associata a un sistema filtrante che si occupi di trattenere l’agente nocivo che può comunque raggiungerci aggirando l’ostacolo. Le visiere più sicure sono ampie, arrivando ben sotto il mento, e sono a tenuta nella parte superiore, aderiscono cioè alla fronte con una spugna. In mancanza di un contenimento efficace vanno indossare con una cuffia, calzata a coprirne il bordo. Sono utili e diffuse tra il personale sanitario.

I filtri sono veri e propri colini. Lasciano passare l’aria ma trattengono particelle possibilmente patogene. Prima del Covid erano usati oltre che da medici e infermieri dai lavoratori esposti a contaminanti o a possibili inalazioni corpuscolate. Penso a un giardiniere che usi un decespugliatore, a un tecnico che si occupi della bonifica dall’amianto e ad altri lavori diffusi e noti. Tra essi solo due sono di nostro interesse.

La mascherina chirurgica è un filtro e insieme una barriera. E’ ovvio che l’effetto barriera è ottenuto solo se calzata adeguatamente, ottima aderenza alle guance, modellamento al di sotto degli occhi. La barba ne impedisce un’efficace azione, così come una dimensione eccessiva o la perdita di elasticità dei passanti. La mascherina chirurgica filtra particelle sino a 4,5 micron. In caso di Covid protegge gli altri dalle mie esalazioni, bloccando il droplet in uscita, ma non protegge me da particelle di dimensioni piccolissime. Sono quindi da utilizzare in situazioni di vicinanza in luoghi sicuri e con contaminazione improbabile (un negozio, per la strada, su un mezzo pubblico). La collettività è difesa se vengono indossate da tutti, non uno di meno, così che nell’ambiente non si abbiano dispersioni, anche nella possibilità che tra i presenti vi sia un malato (il cui droplet verrebbe trattenuto).

Una mascherina chirurgica va cambiata con frequenza (4 o 6 ore di utilizzo sono raccomandabili) ma sopratutto va indossata coprendo accuratamente naso e bocca, pena l’inefficacia dell’azione.

In quei mesi nei quali le chirurgiche erano introvabili sono state raccomandate le “mascherine di comunità”, fatte di stoffa o, in mancanza di esse, sciarpe avvolte intorno al viso. Non avevamo altra possibilità, ci si doveva accontentare. Ora che le chirurgiche sono accessibili a tutti è un atto di civiltà indossarle.

La chirurgica è formata almeno da tre strati. Polipropilene internamente di tipo spun bond, per catturare l’umidità, uno strato intermedio, sempre nello stesso materiale ma con fibre molto ravvicinate e intrecciate, che costituisce il vero e proprio filtro, e uno strato esterno, simile allo strato interno, dotato di capacità idrorepellente.

Mascherine fai da te o prodotti del commercio, possono non avere la medesima azione protettiva (non sono presidi medici garantiti), oltre alla ridotta igiene del dispositivo alla quale inducono (infilare in tasca, tenere nello sportello della macchina, lavare occasionalmente).

Le mascherine ffp2 e le kn95 sono veri e propri respiratori facciali. Appartengono cioè a quella classe di dispositivi di protezione in grado di proteggere da particelle piccolissime, arrivando ad arrestare circa il 95% degli inquinanti e dei patogeni con diametro sino a 2,5 micron. Queste mascherine difendono egregiamente chi le indossa anche nel caso venga a contatto con un malato non protetto. Sono più rigide, più fastidiose da tenere (hanno maggior capacità filtrante!), scarsamente modellabili.

La loro efficacia nel proteggere la comunità è dovuta all’assenza di valvola. La valvola infatti, pur rendendo più agevole la presa aerea, non filtra l’aria espirata e lascia fuoriuscire il fiato con la sua potenziale carica virale e batterica. Le ffp2 e le ffp3 con valvola sono indicate nel lavoro a rischio di inalazione, non nella situazione nella quale ci troviamo.

La ffp2 e la kn95 sono molto costose (dai 2,5 ai 7 euro) e hanno una durata di circa 8 ore. Vanno cioè usate per un tempo limitato, anche se maggiore di quello raccomandato per la chirurgica. Non sono riutilizzabili (hanno infatti impressa la dicitura NR) tranne alcuni modelli che portano impressa la lettera R: riutilizzabile. In tal caso possono essere sterilizzate con nebulizzazione di alcol a 70°.

Se tutti noi utilizzassimo la chirurgica (0,50 euro) potremmo lasciare i dispositivi più costosi ai sanitari, senza problemi e senza correre rischi.

Occorre un elevato senso civico per comprendere che l’uso della mascherina non è un vincolo ma una difesa e che mentre protegge me, protegge gli altri. Occorre anche una buona dose di buon senso per usarle correttamente. In quanto barriere da ciò che proviene dall’esterno la loro superficie azzurra (lo stesso vale per i dispositivi a maggior potere filtrante) è inevitabilmente contaminata. Se piego la mascherina a metà e la infilo in tasca, contaminerà la stoffa e ciò che la tasca contiene. Se la metto in borsetta contaminerà gli oggetti, che a loro volta contamineranno le mie mani quando, magari sentendomi protetta, andrò a frugarci. Se la lascio su un mobile, contaminerà la superficie.

La mascherina, qualsiasi tipo io scelga, va indossata con mani pulite (me la metto sul naso e sulla bocca!) e non va toccata esternamente. Non va usata e riusata, altrimenti invece di una difesa si trasformerà in un veicolo di infezione.

Indipendentemente dalle scelte che vengono fatte dall’autorità in materia per l’uso della mascherina nelle classi, consiglio la lettura di questo documento della Società Italiana di Pediatria.

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