Rifletto sulla difficoltà per le discipline artistiche di proporsi un associazionismo e della diversità che questo termine presenta con altre forme di aggregazione professionale.

L’associazionismo risponde a due necessità primarie: la salvaguardia della dignità (in tutti sensi in cui venga intesa) e il riconoscimento delle prerogative specifiche della professione. Associazionismo ha forme diverse, la più nobile è il sindacato, finalizzato alla difesa dei diritti dei lavoratori.

L’associazionismo è declinato per forza al plurale. Il concetto stesso di associazionismo richiama le parole: collettivo, gruppo, coesione, unione e il pronome che gli è proprio è “noi”. Esso è quindi una istituzione “nata dal basso”, cioè dalle persone, che, nella impossibilità di aver altrimenti voce , si uniscono per poter valere nel discorso pubblico, in quanto singolarmente non ascoltati.

Associazionismo è la risposta a una esigenza di coloro che si riconoscono in unità ed esprimono richieste in modo corale e dichiarano principi condivisi, propongono progetti, sempre e comunque con spirito collettivo. Nell’associazionismo il presidente, il capo è obbligatoriamente in atteggiamento “epico”, si pone cioè di fronte agli interlocutori esterni come rappresentante del gruppo, rinunciando ad ogni protagonismo, narcisismo e interesse personale. E’ per questa ragione che è così difficile da raggiungere in una professione segnata spesso dalla autoreferenzialità. Per altro l’associazionismo, più di qualsiasi altra istituzione, è incline a concedersi i vizi della cattiva politica, che vanno dall’interesse privato alla ricerca del primato personale nella dimenticanza del bene dei rappresentati.

Gli ordini professionali sono invece una istituzione botton-down, Essi cioè sono istituiti a prescindere dai partecipanti, che vi vengono ammessi per essere portatori di prerogative specifiche (nel caso del mio laurea e abilitazione). Gli ordini professionali sono garanti del buon comportamento degli iscritti, in quanto, nella loro stessa formula costitutiva, presentano un codice etico, l’inosservanza del quale conduce alla sospensione (non è possibile esercitare la professione nel periodo) o addirittura alla espulsione (si perde del tutto la possibilità di esercitarla).

Ogni comportamento che abbia ricaduta professionale è regolato dall’ordine, per i medici non solo quello agito nei confronti dei pazienti e dei colleghi ma anche quello sociale e molte scelte (ad esempio quelle pubblicitarie) devono essere sottoposte ad approvazione.

Alla base dell’ordine al quale appartengo non c’è solamente un codice di comportamento ma addirittura un giuramento, che viene pronunciato all’atto della laurea, segnando così, più di qualsiasi altro indicatore, l’inizio della professione, nell’accezione più pura di “professare” cioè dichiararne pubblicamente gli intenti.

L’associazionismo in campo artistico non può essere soltanto una difesa lobbistica perché l’insegnamento, come la medicina, è una professione della cura, cioè è finalizzata al bene dell’individuo che a noi si affida. Insegnare, come fare il medico, necessita non solo di empatia e capacità tecnica ma di una concezione dell’umano del tutto specifica: la consapevolezza dell’umano bisognoso (di essere liberato dal male nel mio caso, di esprimersi e trovare se stesso nel caso dell’insegnante). Tale pensiero può quindi portare a una forma di associazionismo diverso e più fruttuoso, nel quale, più che alla difesa dei diritti degli iscritti, ci si concentra sui diritti degli utenti, prevedendo un percorso formativo certificabile, un codice di comportamento e una rappresentanza esente da derive narcisistiche e da atteggiamenti di politica opportunista.

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