Silvia Magnani

Come la continua esposizione alla musica cambierà il nostro modo di pensare

Sino a qualche anno fa, sino almeno alla generazione dei nostri genitori, ascoltare musica era un evento quasi eccezionale. Per fruirne occorreva andare fisicamente a un concerto, frequentare un locale con musica dal vivo, partecipare a un coro.

Nella casa dei miei nonni il grammofono era nel salotto, i dischi, pochi e fragili, erano di proprietà del capofamiglia e solo lui poteva maneggiarli.

 

 

Ascoltare come atto volontario

Una piccola rivoluzione, dovuta a mia zia, appassionata di musica americana, è stata portata, quando ancora ero molto piccola, con l’acquisto di un registratore, col quale si poteva riprodurre la musica ascoltata alla radio, alla televisione e alla filodiffusione.

A quel tempo era tutto uno sfogliare le riviste specializzate per conoscere il palinsesto delle trasmissioni e per accendere gli apparecchi in tempo per effettuare una registrazione.

La musica riempiva le nostre case solo nei momenti nei quali le si poteva prestare la massima attenzione. Ascoltare era un atto volontario, una scelta che seguiva una contrattazione, un confronto tra gusti, che poteva sfociare in un breve litigio.

Chi ascoltava musica era perché voleva ascoltare musica.

 

 

La musica si conquista

Ricordo me bambina chiedere alla zia di mettere sul piatto il mio disco preferito (la colonna sonora di un film dell’epoca) e ballare intorno al tavolo seguendo la facile marcetta.

Ricordo me un poco più grande, registrare col mio Gelosino, la sigla di una puntata di Maigret, cantata da Luigi Tenco. “Un giorno dopo l’altro, la vita se ne va…….”

Mi ricordo risparmiare le mie paghette settimanali per acquistare l’ultimo LP dei Beatles, mi rivedo portarlo a casa, con il massimo rispetto e metterlo sul piatto del giradischi che mi aveva regalato mio padre e che a quel tempo mi pareva il top della tecnologia.

Tutta la musica della mia adolescenza è stata voluta, cercata, conquistata, pagata. Tutta è stata amata.

 

 

Aggressione musicale

Mi ritrovo oggi aggredita dalla musica in ogni luogo in cui io vada , musica che non ho scelto,. Musica subita, ad alto volume, invasiva, resa volgare dalla sua ubiquità.

Parlo con un amico in un bar vociando per farmi udire. Lavoro a un tavolino cercando di non far caso alla musica che mi viene somministrata. La mia mente deve fare il doppio lavoro.

 

 

Matematica e geometria

Perché tutto mi pare così faticoso? Perché non è la “mia musica”? quella che amo e conosco?

Non credo. E’ perché la musica mi obbliga a compiere continue operazioni aritmetiche, attraverso le quali riconosco gli intervalli. Mi obbliga a visualizzare geometrie nelle quali ricompongo l’armonia.

La musica che subisco mi costringe a esercitare il pensiero matematico e sfrutta la mia intelligenza spaziale, obbligandomi a un lavoro che non voglio fare, perché sto facendo altro e vivo come una violenza l’esserne distolta.

Il fastidio che provo nei locali è così intenso che mi induce a riflettere su quale sia il mio rapporto con la musica e perché tutto il mio lavoro, pur non essendo musicista, ne sia intriso.

 

Musica ed emozione

Sin da bambina sono attratta dalla struttura ritmica della musica, dalle percussioni in particolare, in una sorta di affascinamento che ha le sue radici in qualche cosa che supera la mia storia personale e affonda nelle origini tribali della cultura.

Pur sapendo riprodurre cantando una melodia appena la sento, non amo la musica che privilegia questo tipo di espressione. Certe canzoni sono per me insentibili, pena provare un malessere tale che mi spinge alle lacrime.

Mia madre mi esibiva nel salotto di famiglia cantando apposta un motivetto della sua fanciullezza: “zizo zigo zago tu m’hai rotto l’ago,m’hai rubato il cuore”, al quale immancabilmente rispondevo singhiozzando con un automatismo che mi superava.

Ancora oggi non posso sentire passare una banda senza trattenere le lacrime e il suono delle trombe mi produce un’emozione struggente, vicina alla disperazione.

Il suono di un violino, la voce femminile di un soprano mi danno sofferenza percettiva. Pur comprendendo la bellezza del loro timbro, l’ascolto mi pesa.

E’ come se il ritmo e la melodia percorressero due strade diverse nel mio cervello. La melodia attraversa l’amigdala, col suo seguito di emozione irrazionale e involontaria, mentre il ritmo va a stimolare sistemi eccitatori, dopaminergici, in grado di aumentare la mia forza fisica e la resistenza alla fatica e di innalzare il tono dell’umore.

 

Chi ci propone musica senza il nostro assenso sa di farci una violenza?

Credo che chi vive immerso nella musica considerandola un sottofondo neutro alle proprie attività in qualche modo anestetizzi questi circuiti e sia del tutto inconsapevole di ciò che ascoltare musica comporti nell’altro.

Una sorta di mitridatismo, una assuefazione che porta a una sordità selettiva.

Arrivare a questo estremo è per me inconcepibile. Svilire, umiliare la musica è qualcosa di disumano, perché la musica è sacra, inviolabile. E’ vita.

Cosa sarà della nostra mente se impareremo a non far caso alla musica?