Chi si dichiara sereno, privo di qualsiasi forma d’ansia, del tutto in grado di controllare le avversità della vita mi ha sempre messo in sospetto. I casi sono due: o mente o non ha alcuna capacità di guardarsi dentro.

In realtà ciò che accade, e l’ho visto ripetersi anche nel paziente di oggi, è una cecità volontaria nei confronti della propria sofferenza, come se fosse in grado di riconoscere il malessere altrui ma del tutto incapace di vedere il proprio.

Questa cecità elettiva è tipica di chi soffre di una patologia psichiatrica ad espressione somatica e si accompagna a una ostinata presentazione di sintomi e alla richiesta di trovare una ragione fisica al malessere.

Dare la colpa del disturbo a questo corpo opaco, pesante, stupido che non sa più deglutire, senza essere disfagico, che non sa fonare, pur avendo una laringe perfetta, che avverte continue secrezioni in discesa dal retronaso, pur avendo una faringe del tutto detersa, è sminuire il potere della mente che, quando vuole, ci fa star male da morire prendendosela proprio col fisico, bersaglio inerte della sua disperazione.

La visita segue un iter noto. La descrizione dei sintomi è minuziosa e spesso accompagnata da un memo scritto, per non dimenticarne nessuno. L’esibizione degli esami già sostenuti è il momento successivo. La delusione alla comunicazione della diagnosi di normalità è il climax emotivo, al quale segue la sfiducia nel medico che, come tanti altri, non è in grado di comprendere.

Questa negazione del malessere mentale, che deve trovare nel corpo un’uscita qualsiasi per farsi manifesto, è la conseguenza di più fattori.

Il primo è il tecnicismo e la settorializzaiozne della medicina. Ogni specialista valuta il proprio campo specifico senza prendere in carico l’intero paziente, rendendosi così volutamente cieco alla dimensione psichica della malattia (che c’è, comunque, anche nelle malattie a più specifica o unica componente somatica).

Il secondo è la visione dicotomica mente-corpo che dà come postulato che in medicina ci si debba occupare del corpo, separando il paziente in due dimensioni, quella fisica di nostra competenza, la mentale a carico dello psicologo, perfino quanto il mentale si fa viscerale e somatico.

Il terzo è la convinzione che non ci sia bisogno di curare la mente, sin dalla infanzia. la credenza che il benessere mentale e l’equilibrio psicologico sia un “già dato”, mentre la verità è che, come stiamo attenti a non ingrassare,a nutrirci bene, a moderare alcol e fumo, per star bene dobbiamo procuraci un sociale gradevole, un ambiente stimolante e una buona dose di anticorpi (le abilità di coping) che, in caso di stress, ci venga in aiuto nel mantenerci interi.

Infine, quarto, il più grave, è la ghettizzazione del malato psichico, vissuto come un diverso, un povero inetto che non sa rimanere nei ranghi di una normalità stabilita dall’esterno a uso della omologazione dell’umano: vincente, sorridente, desiderante.

Chi ha uno psicosmatismo se ne vergogna, lo nega, per quella cosa che ci hanno sempre insegnato: “comportati come si deve”.