Nella sua versione del Cantico dei Cantici Giovanni della Croce scrive queste straordinarie parole: “puoi guardarmi, ora che mi hai guardato, e grazia e bellezza in me hai lasciato”.

La frase mi ha sempre emozionata, mettendomi con brutalità di fronte a una verità indiscutibile. Per giungere a me stesso, cioè per riconoscermi come persona, è necessario che qualcuno mi guardi, non una ma due volte. La prima per avvalorarmi, le seconda per vedermi per ciò che sono, cioè per ciò che lui mi ha permesso di essere.

Il primo sguardo, che mi coglie come essere umano, deposita in me i valori di cui sono portatore, (per Amata del Cantico la grazia e la bellezza), il secondo mi vede quale io sono, in virtù del valore ricevuto.

In questo frammento poetico c’è il significato profondo della relazione che conduce alla coscienza di noi stessi.

Senza l’altro che dichiara i valori di cui siamo portatori, essi rimarrebbero tragicamente allo stato di potenza.

Guardare ed essere guardati per trovare un senso

Il primo sguardo del quale siamo stati oggetto è stato quello di nostra madre. In esso abbiamo trovato le ragioni per rimanere in vita, accettandoci per ciò che siamo, dato il valore inestimabile di cui lei ci rivestiva.

Questo pensiero mi spinge a molte riflessioni, che sono inerenti alla mia esperienza clinica.

Esistono bambini che quello sguardo “avvalorante” non hanno potuto averlo. A loro è stato riservato solo uno sguardo “accudente”, sono i piccoli abbandonati, oggetto di adozione.

Esistono bambini che non sanno a loro volta avvalorare con lo sguardo. Piccoli con tratti autistici che rivolgono ai genitori occhi a volte indifferenti.

Esistono genitori che distribuiscono lodi e affetto con sguardi giudicanti. Genitori delusi di bambini malati che faticano a riconoscerli portatori di valori.

Lo sguardo che accoglie

Nello studio intercetto tali sguardi. E’ in quei momenti che vorrei avere lo sguardo che sa accogliere, che sa dire, guardando: tu conti per me, qualunque sia la tua difficoltà.

E’ di una mente trasparente che abbiamo bisogno, quella che non vede ciò che manca ma ciò che c’è e, per ciò che vede, non per ciò che vorrebbe ci fosse, dona valore.

Solo guardati con questo sguardo i bimbi giungono a se stessi, si riconoscono come degni e da adulti si perdoneranno per le proprie inadeguatezze.

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