La incontro al supermercato. E’ un’amica. Ha la mia stessa età. Mi guarda sorridendo. Mi chiede “hai doppia mascherina. Hai paura. Sei spaventata?”.

Appena uscita dalla asl, sopra la ffp2 indosso una chirurgica. Un’abitudine che ho preso visitando e che mantengo quando vado in luoghi a rischio infettivo. Mi sento comoda, a mio agio. Gli elastici non tirano, la mascherina sotto alla chirurgica aderisce perfettamente al mio viso. Non mi accorgo nemmeno di averle.

Lei porta una chirurgica che è a dir poco “usata”. Elasticizzazione laterale svanita, ampie tasche che lasciano filtrare l’aria dai lati. Continuo scivolare dal naso per la scarsa aderenza.

“Sei spaventata?” continua. Mi guarda con condiscendenza. No, non sono spaventata. Non sono neppure paranoica, patofobica o che altro. Anzi, in questa condizione, col naso e la bocca schermati non sono per niente spaventata, neanche davanti a lei che sparge saliva da tutti i lati.

La mascherina segno di viltà

Ma come faccio a farle capire che la prudenza è figlia della paura, che a sua volta genera la protezione? Che in questo non c’è nulla di cui vergognarsi? Per lei indossare una mascherina è segno di animo vile, stigmata di fragilità credulona. Lei è una che non si lascia intimorire, non vuole che la si creda spaventata.

Illuminante! Ecco perché la gente porta la mascherina sotto al naso, non la cambia se sfilacciata, la indossa con riluttanza: perché vuol dimostrarsi coraggiosa! Non è dabbenaggine, stupidità o ignoranza, come ho sempre creduto, è fierezza.

Per questo portarla o non portarla è diventato emblema di schieramento politico: i coraggiosi e i combattenti da una parte, gli inermi spaventati e i vili obbedienti dall’altra.

Io ho paura ma non sono spaventata

Ho provato ansia, nei primi tempi della pandemia, perché le notizie di succedevano senza fornire spiegazioni adeguate. Poi angoscia, perché era impossibile trovare mascherine, visiere e guanti. Anche alcol, Amuchina, disinfettanti non erano nei soliti scaffali del supermercato.

Ora ho ciò che mi serve, vivo proteggendomi, visito proteggendomi e proteggendo i pazienti. E la ragione è che HO PAURA, so cosa sta accadendo, ne provo paura perché una infezione può uccidermi o rendermi invalida per il resto della vita. E’ per paura che mi difendo, e ringrazio la paura per avermi fatto trovare il modo di mantenermi in sicurezza.

La paura è un sentimento naturale, la prima mossa dell’autodifesa, la madre della prudenza.

Le spiego perché quella che indossa non protegge lei né protegge gli altri, le racconto della necessità di cambiarla ogni quattro ore, del farla aderire al viso. Mentre mi ascolta continua a ricalzarla, visto che da sola non riesce a starsene sul naso.

Io ho paura, vorrei dirle, ma non sono spaventata, tanto è vero che son qui, davanti a te. Preferisco imboccare la strada didattica delle spiegazioni scientifiche, le dico tutto, perfino le differenze tra i diversi tipi, e le modalità di utilizzo. Poi, fingendo di aver dimenticato qualcosa, la lascio andare alla cassa, per non starle vicina in fila. Ho paura di quella sua mascherina sfilacciata.