Ho tradotto il Cantico dei Cantici in un momento particolare della mia vita, avvicinandomi all’ebraico con pudore e fatica. Ne ho tratto un’esperienza straordinaria. La condivido con chi è interessato. La bella illustrazione è di benedetta Frezzotti, che ringrazio.

L’urgenza è il colore del Cantico. Amato e Amata si cercano nel deserto, si chiamano da un balzo all’altro dei monti di bhatèr, si inseguono lungo le carovaniere in un eterno presente. La permanenza è loro negata. Il loro desiderio rimane inappagato. Pena la morte, diremmo noi occidentali. No, pena il ritrovare nell’amato la propria anima smarrita, perché il Cantico è anche ricerca che l’anima fa di sé e l’Amata/Amato è l’anima stessa che si ricongiunge nella sua primitiva unità.

Il Cantico è un luogo, e ciò che in esso si trova è simbolo.

Per noi metafora impenetrabile se vogliamo accedervi con la razionalità, nel desiderio di a tutto dare nome. In esso si entra unicamente attraverso la porta della percezione.
Il Cantico bagna e profuma.

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