Nel febbraio 2020 il nostro studio chiudeva. La sicurezza era impossibile da mantenere. Riaprivo da sola alla metà di maggio, quando, dopo tre mesi di attesa, iniziavano ad arrivare dalla Cina le prime mascherine ffp2 e le prime visiere.

Tutta Europa si trovava sprovvista di fabbriche in grado di provvedere alle necessità e la scelta di riconversione di catene produttive non era ancora stata fatta.

Le forniture erano comunque incerte. I primi due pacchi di mascherine mi furono rubati durante il tragitto. Stessa sorte toccava a tre confezioni di guanti. I respiratori non sanitari che avevo trovato da un fornitore di attrezzi per il bricolage erano la mia salvezza.

Il cambiamento di uno spazio ferisce l’anima

Sono stata sempre orgogliosa del mio studio pieno di libri e giocattoli, con un enorme baule di travestimenti, il lettino della bambola, perfino con l’asse da stiro e il ferro di plastica rosa.

Nella solitudine ho riposto ogni cosa. Tutto doveva essere lavabile, non raccogliere polvere. Via i libri, via i tappeti, i bei tappeti del mio locale dove si sedevano i lattanti, via le stoffe, le fotografie sui mobili. Una sorta di funerale della mia identità di medico che considerava lo studio la propria casa e la apriva a tutti come un salotto.

Ho sinceramente pensato di chiudere. Le due colleghe che avevano fondato lo studio con me avevano deciso di ritirarsi. restavo io, in 200 mq deserti.

Il colore rosa

Il rosa è il mio colore preferito.

Ho imbiancato i muri. Non erano sporchi, erano tristi, come me. Rosa pallido, come la stanza che avevo da bambina.

Amo la pittura giapponese.

Ho ritagliato fogli di calendario, li ho incorniciati e li ho appesi alle pareti. Hokusai. La cascata, segno della ineluttabilità della situazione. Il ponte, con i contadini piegati sotto il grano che lo attraversano, segno della necessità di passare di sponda nonostante il carico. Il pescatore sul baratro della scogliera, icona di me, che gettavo la rete a costo di cadere di sotto.

Da sola, no

Nessuno si salva da solo, lo si dice. Ho deciso di crederci. Volevo, con tutte le mie forze, far rinascere un team. Ilaria, Luciana, Anna, le amiche di sempre, Luisa, Fabiana e Irma erano rimaste, ma non bastava, occorreva ricostruire il gruppo.

Trovavo insopportabile far girare le chiavi nella serratura e, aperta la porta, ritrovarmi sola. Ho chiesto a tre colleghe di trasferirsi da me. Ma questo non era “il nuovo” che desideravo, era la solidarietà sincera che conglutina le persone.

Insegno da trent’anni. Il nuovo l’ho avuto davanti in ogni aula.

Ho offerto ospitalità ai miei allievi, a coloro che stimo, ma non basta, a coloro che amo, di un affetto radicato nella conoscenza reciproca e nella passione condivisa. E’ così che si sono aggiunti gli altri. Marta, alla quale abbiamo affidato i locali nel cortile. Lorenzo, che è ritornato a lavorare nell’aula nella quale si è formato. Matteo, che con una temerarietà invidiabile, ha deciso di pendolare da Roma a Milano due volte a settimana per starmi accanto. Infine Giulia, conosciuta come docente e ora attenta ai nostri piccolissimi. 

 

La vita ricomincia

I primi tempi sono stati avventurosi. Abbiamo ridato vita allo studio, con fatica e determinazione e una buona dose di ansia.

Ricordo Fabiana che, entrata nel mio studio, con il solo paio di guanti che aveva trovato, mi chiedeva se era corretto passare sul guanto il gel disinfettante per farlo durare un po’ più a lungo. Ricordo Matteo che misurava le scrivanie per ordinare le barriere in plexiglas e, seduto per terra, montava la panchetta dove riporre le scarpe appena entrati. Da parte mia compravo un frigorifero, rosso come il fuoco, e un microonde, per poter pranzare senza uscire e doverci cambiare, bardati come siamo. Ricordo risate, preoccupazioni e timori.

Non si parte come eroi, armi in spalla, in pandemia. Si parte preoccupati della salute propria e dei pazienti. Si parte severi, esigendo lavaggio delle mani e soprascarpe. Si parte pieni di fiducia l’uno nell’altro.

Si parte non vaccinati.

Un periodo difficile, più di qualunque altro avessimo mai affrontato. Eppure di questi nostri mesi nutriti di speranza mi rimarrà un ricordo vivo. Uno di quei ricordi che, terminato il tempo del lavoro, mi faranno compagnia parlandomi di quando non sono stata lasciata sola, neppure se il rischio di lavorare al servizio dei pazienti per le nostre famiglie ci era compagno ogni giorno.

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