Sullo schermo passa un film, il nostro piccolino è seduto, spalle girate, sul tappeto, tutto intento a giocare con la tavoletta multiattività. All’improvviso dalla televisione esce una musica, appena udibile, quasi priva di melodia, Philip Glass, forse.

Smette di giocare, mi guarda sorpreso. E’ musica anche questa? Inizia a saltellare sul culetto. Sì, musica! Seduto, mentre continua a giocare, continua a danzare quasi inconsapevole. Direi anche che canta, perché i suoi soliti suoni di concentrazione ora accompagnano il movimento in modo non casuale. Ha 12 mesi.

Due settimane fa ha imparato ad attivare un gioco per riprodurre una canzoncina. Con la mano sinistra saldamente attaccato allo scaffale della libreria, con la destra batteva sulla mensola, dondolandosi in una danza primitiva. Il giorno dopo si esibiva già per noi, per farci felici, come felice era lui, controllando con lo sguardo se la musica desse la medesima gioia anche ai “grandi”.

Oggi collega il semplice motivetto del gioco al mondo più vasto della musica (quella minimalista perfino!), riconoscendone i tratti distintivi e, ciò che più commuove, condivide lo stupore della scoperta e il piacere dell’ascolto con noi, invitandoci a gioirne.

Meraviglia dell’umano incarnato in 80 cm e 9 kg. Pronto a nuotare nel mondo dell’arte, portandosi dietro coloro che ama nell’esperienza della felicità condivisa.

Il maternese, prima musica della vita

Rifletto sulla doppia evidenza di questo episodio.

La prima, la più semplice da commentare, è che sin da piccolissimi siamo attratti dalla musica, non solo dai suoni. Questa specifica predilezione per le stringhe melodiche viene sicuramente dal maternese, da quel modo che hanno le mamme di tutto il mondo di parlare ai loro piccoli. Ampi intervalli tonali, allungamento delle vocali a sostenere la nota, melodia enfatizzata, schiarimento timbrico.

E’ su questa base che il neonato, riconoscendo la voce materna, viene attratto dal prototipo della conversazione. Lo stimolo, esagerato nei suoi parametri (tranne l’intensità!), ripetuto con piccole varianti, facilita l’individuazione e la sua separazione dagli infiniti rumori del mondo.

Quella voce, che nei suoi tratti prosodici è già nota dalla vita intrauterina, già collegata al benessere prenatale, ora si fa corpo. Quella parola proviene da quel viso, perché la mamma ha imparato a collegare, in un’armonia di produzioni, l’espressività della voce a quella mimica, accentuando il sorriso e l’intensità dello sguardo. Due stimoli contemporanei, articolati in modo congruente, unificati nella medesima scansione temporale, addirittura nella stessa forma melodica, fondono il suono e l’immagine nel riconoscimento della persona, nella sua unicità.

Ma non è solo la melodia della parola ad attrarre il piccolo. Ogni frase possiede un timing, una scansione nel tempo. La mamma parla a ritmo, canta a ritmo. Tutto il suo accudimento è tarato su un metronomo personale. Consola il pianto con colpetti ben scanditi sulla schiena, culla prima del sonno con ritmi allargati. Un battere e un levare, una scansione binaria, come il suo cuore, il suo respiro, il ritmo dei suoi passi, tante volte udito in utero.

Ecco che il ricordo della percezione intrauterina si fonde con l’esperienza del corpo materno che è divenuto braccia, mani, petto, viso, in questo battesimo nell’arte del suono.

La gioia per rendere davvero felice deve essere condivisa

Il secondo pensiero, sicuramente guidato dalle ragioni del cuore, va alla capacità empatica che questo piccolo dimostra. Non solo gioisce della musica ma ritiene, e a ragione, che la stessa gioia possa essere prodotta negli altri. Ma questa consapevolezza non gli serve per rassicurarsi nell’ascolto (piace, quindi “è buona”, ne posso fruire).

La gioia provata gli fa desiderare di far nascere un sentimento analogo in chi è con lui. Così piccolo vede rispecchiato nella mente dell’altro ciò che la propria mente sta provando.

Generosità empatica allo stato puro. Ti faccio felice con ciò che fa felice me, perché tra me e te c’è una medesima natura, un mondo degli affetti, dalla quale entrambi attingiamo.

Ecco che la vecchia teoria della mente, che vedeva solo al raggiungimento del linguaggio la sua nascita, viene scalzata dalla teoria fondata sul rispecchiamento incarnato, fondato sul neurone mirror.

Meraviglia questa condivisione di emozioni. A pochi mesi vuole dare gioia.

Non a caso è proprio la gioia l’emozione più facilmente riconoscibile sul volto umano ed è il sorriso del neonato che noi cerchiamo per ricambiare l’amore con cui lo stiamo accogliendo.

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