Il termine “appoggio” e quello ancora forse più usato “appoggio sul diaframma” nella nostra lingua traduce una sensazione propriocettiva che con difficoltà leghiamo all’evento in senso fisiologico.
L’appoggio è il persistere in stato di contrazione dei muscoli intercostali inspiratori durante le prime fasi della espirazione in voce cantata.
Esso serve a mantenere ampio il perimetro inferiore del torace mentre il diaframma, che risale senza possibilità di controllo volontario, produce l’uscita di aria dalla trachea.
Per capire a cosa serve occorre ricordare che la pressione alla quale l’aria in uscita arriva alla superficie inferiore della glottide determina (ma non è il solo fattore!) l’intensità della voce.
Se si espirasse senza mantenere allargato il perimetro, l’esordio di frase si presenterebbe con l’intensità derivante dal confronto della pressione dell’aria in uscita (massima in questa fase) con la glottide.
Se pensiamo al diaframma come a un muscolo che in fase espiratoria si comporta in modo simile a un elastico, è evidente che qualcosa ci si deve inventare per controllare la sua risalita. L’appoggio è proprio questo, un atto atletico che inserisce il controllo volontario (operato sugli intercostali) su un evento che, lasciato a se stesso, non renderebbe realizzabile la gestione raffinata delle intensità.
Perché allora chiamarlo appoggio? Ho due teorie.
La prima: pensiamo a un sacco di farina appoggiato su un piedistallo. Il suo diametro inferiore, proprio perché “appoggiato”, deborderebbe dall’area sulla quale il suo peso insiste. La circonferenza, misurata a livello della base del sacco, sarebbe maggiore di quella misurata alla sommità: appoggiarsi “allarga”.
La seconda: se inspiriamo e poi tratteniamo la risalita del diaframma esercitando l’appoggio, avvertiamo una sensazione particolare, quasi che la nostra area di grounding si allargasse col nostro torace. Se siamo immaginifici, come lo sono io, possiamo pensare: l’aria è vita, la tengo dentro di me, ecco mi appoggio meglio al suolo allargando la mia superficie di contatto con l’esistente. E qui la consapevolezza di acquisire competenza corporea viene in aiuto dell’atto estetico.









