La frase “insegnare a respirare col diaframma” ha in sé una falsificazione di fondo che vale la pena di denunciare. Col diaframma non dobbiamo “imparare” a respirare, col diaframma dobbiamo tornare a respirare, perché quella è la nostra modalità fisiologica di rifornimento.

Lo sperimentiamo ogni notte, quando stiamo per addormentarci. In quel momento, nel quale il corpo riposa, la mente tace e il sogno si prepara ad accompagnarci, la presa diaframmatica finalmente riemerge  perché nulla le si oppone, non uno sforzo fisico, non una preoccupazione, non una resistenza.

 

La respirazione dei momenti di quiete

C’è un bel libro a cura di Guido Davico Bonino: Lunario dei giorni di quiete. A esso ritorno col pensiero ogni volta che spiego che la presa diaframmatica non è un atletismo o una tecnica ma la modalità naturale di rifornimento nei momenti di quiete del corpo e della mente.

Come i tempi di quiete lasciano emergere chi davvero noi siamo, non più impegnati in emergenze che trasformano la nostra vita  in sequenze di azioni, la quiete del corpo, e soprattutto della mente, lascia riaffiorare  il più semplice ed economico rifornimento di energia: la lenta discesa del diaframma.

Come sarebbe possibile “insegnare” qualcosa che già si possiede e si pratica? E ancora, non sarebbe risibile intestardirsi a far apprendere qualcosa dimostrandola su di noi, se quel qualcosa il nostro paziente già l’ha in sé?

Questa riflessione vanifica ogni didattica della respirazione diaframmatica, sia essa presentata come modalità “da apprendere”, sia essa contrabbandata come stile da imitare.

Non c’è nulla da insegnare, non c’è scuola per qualcosa che sì conosce già e si sperimenta ogni notte nella fase di addormentamento. Non ci sono maestri per il noto, il naturale, il posseduto, esistono solo facilitatori.

Educare senza insegnare

In cosa può consistere una riabilitazione respiratoria? Nell’educare nel senso più realistico del termine: far uscire fuori ciò che dentro è già presente.

Poiché la respirazione diaframmatica è il rifornimento dei tempi di quiete, educarla vuol dire riportare il paziente alla calma del corpo e della mente.

Si tratta di un compito molto più complesso del trasmettere una tecnica. Educare alla presa diaframmatica è una destrutturazione non una costruzione.

 

Il fondo del mare che riemerge

Ecco allora che mi rifaccio, mentre spiego, a un’altra immagine.

La respirazione diaframmatica è come il fondale marino. Esso è sempre presente ma acque agitate possono nasconderlo, tempeste e vento fanno dubitare della sua presenza. Ma quando il tempo si acquieta e le onde si calmano, esso riappare, immutato, coi suoi sassi, la sua sabbia, le sue rocce.

Nostro compito è aiutare il paziente a “calmare le acque”, a fare cioè quiete nella mente, prima che nel corpo.

Queste riflessioni ridicolizzano la supponenza dei dimostratori di “come si respira col diaframma”, i sostenitori che la presa diaframmatica sia riservata agli attori e ai cantanti, le indicazioni terapeutiche di chi vede nella coordinazione pneumofonica la montagna da scalare per il paziente.

Alla respirazione diaframmatica si ritorna perché mai l’abbiamo perduta. Basta calmare le acque dentro di noi.