Mi accade spesso di valutare bambini con un sospetto diagnostico di disprassia orale.

Il disturbo, in realtà più frequente di quanto si pensi, si esprime con una incapacità a gestire il cibo nella bocca, che può andare dall’inghiottirlo tal quale, senza prepararlo minimamente, alla ruminazione prolungata nel tentativo di ottenere un bolo morbido e soffice finalmente deglutibile.

E’ caratteristica in questi bambini una incapacità a cogliere le sensazioni in arrivo dalla bocca (il cibo viene vissuto come estraneo, inconoscibile o addirittura nemico), a pilotare i movimenti della lingua (in particolare il sollevamento dell’apice e del dorso verso il palato e la lateralizzazione), utili nella ricerca del cibo parzialmente preparato e nel suo riposizionamento sotto le arcate dentarie.

Questi piccoli sono spesso conformisti alimentari. Prediligono cibo semisolido, omogenizzato o finemente tritato. Spesso sviluppano un preoccupante restringimento delle scelte alimentari (solo pasta, solo carne, solo frutta) o addirittura accettano il cibo solo se presenta determinate caratteristiche estetiche (solo rosso, solo verde, ecc.).

La situazione preoccupa notevolmente i genitori. Lo svezzamento è difficoltoso, il pranzo del nido o della materna è rifiutato, a casa la cena, tale è l’inappetenza del bambino, deve essere somministrata con un distrattore (un cellulare, la televisione) e il piccolo  passivamente imboccato.

 

Ma non sempre è disprassia

Accanto a questi bimbi, chiaramente patologici, accedono al mio studio bimbi del tutto in grado di masticare, assaporare e alimentarsi da soli che ripropongono un quadro sintomatico sovrapponibile a quello descritto.

La preoccupazione dei genitori è la medesima, le soluzioni per far mangiare il piccolo le stesse, il sospetto che “qualcosa non vada” in senso motorio e prassico giustificato.

Tali comportamenti anomali non sono disprassie, visto che le abilità di programmazione ed esecuzione motoria e le capacità propriocettive endorali sono conservate, e non sono vere e proprie anoressie, non hanno infatti nulla in comune con i quadri  che possono svilupparsi in età adolescenziale.

Le anoressie psicogene si associano a una intensa sofferenza psichica, spesso accompagnata (o causata) da una dismorfofobia, cioè da una incapacità di giudicare il reale aspetto del proprio corpo, che viene visto come grasso, brutto, deforme. Altre volte rappresentano l’estremo tentativo di controllo sulla propria situazione esistenziale, disperata espressione di forza guerriera capace di “tenere a bada” il male che si ha intorno governando e sopraffacendo i bisogni del corpo. Povero corpo, unica vera vittima di una lotta impari.

Nei bimbi molto piccoli solo in pochi casi il problema alimentare è giustificato da una grave sofferenza psicologica, placata solo dall’astinenza. Questi quadri  sono piuttosto raffinate forme di controllo e di manipolazione agite nei confronti dei genitori.

Un bambino “che non mangia” testa il proprio potere sulla famiglia, alza la bandiera dell’autonomia rivoltosa e si pone al centro di un’attenzione esclusiva.

I rapporti nella fratria cambiano, gli orari si adeguano, la dieta si adatta alle preferenze sempre più ristrette del piccolo. Pranzare fuori casa diviene impossibile, la permanenza a scuola viene limitata alle ore del mattino.

Questi bambini di solito non dimagriscono, poiché in ogni caso vengono nutriti (con il telefonino sotto gli occhi, con la pappa monocolore, sempre prima della cena comunitaria).

 

Analizzare il comportamento per differenziare

Differenziare gli inappetenti volontari dai piccoli disprassici non è difficile perché i primi tendono a sviluppare comportamenti analoghi anche in altri ambiti relazionali. Rifiutano le offerte di gioco, non si interessano alle proposte, si negano alla naturale curiosità e apertura verso il mondo, al solo fine di proclamare la propria libertà (purtroppo consistente spesso nel gettare a terra gli oggetti, nel passare da un giocattolo all’alto, nel non ascoltare, nel non stare seduti).

La paura del nuovo prende le vesti in loro del rifiuto della realtà circostante, sia essa oggettuale o relazionale, e l’azione parentale rischia di ridursi al solo controllo del comportamento, al fine che il bimbo non si faccia del male, non disturbi, non imperversi per la casa.

Riconoscere un disprassico da un inappetente manipolatore è importante. Il primo va affidato a un logopedista e sottoposto a uno svezzamento guidato. Il secondo va, con i genitori, seguito in ambito educativo e psicologico.

Medicalizzare questo bimbo aggrava la preoccupazione dei genitori e devia l’attenzione dal vero problema: l’autoesclusione che il piccolo compie da occasioni di incontro e di scoperta e l’immaturità alla quale si condanna.

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