La medicina per secoli si è basata, per capire la malattia, sulle sole parole del paziente. Il ricordo della sofferenza,  dalla comparsa del sintomo al suo farsi urgente, il racconto del dolore passato e presente  sono state per molto tempo l’unica vera traccia sulla quale costruire un’anamnesi che potesse essere fondamento di una indagine clinica.

Ascoltare per capire

Il medico è stato da sempre il più attento ascoltatore del malato.

Sino a tempi non troppo lontani  senza le parole del paziente che indicavano il punto dolente non avrebbe saputo dove porre la mano. Senza la ricostruzione di quella storia di malattia che solo il protagonista sa fare, non avrebbe potuto combinare i sintomi in un racconto coerente.

Troppe volte nella medicina odierna, rassicurati dalla obiettività dei dati, crediamo che fare una buona anamnesi sia elencare date correlate ad eventi patologici e stilare liste di farmaci, dimenticando che anamnesi significa operazione della memoria ricostruttrice, che indirizzandosi verso il passato si volge alla vita intera della persona.

La pratica clinica contemporanea rischia di dimenticare che l’ascolto prestato nella raccolta anamnestica non è prerequisito della terapia ma sua parte parte integrante perché valorizza la persona, ne coglie l’unicità.

La diagnostica strumentale

La povertà di strumentazioni  in grado di fornire dati obiettivi incontrovertibili per centinaia di anni ha reso inevitabile la relazione fisica tra malato e medico. La necessità di palpare, di osservare da vicino,di annusare, perfino di assaggiare obbligava a un’intimità col corpo dell’altro che rendeva naturale la vicinanza intima.

Lo sviluppo della diagnostica per immagini ha poco alla volta resa estranea al medico la realtà fisica, ingombrante del paziente, sostituendo al corpo malato raffinate immagini del suo interno. L’endoscopia, penetrando nel segreto del corpo ha creato lontananza emotiva, frapponendo tra occhio e carne lo schermo di un obiettivo.

Se al tocco che diagnostica, alla mano che palpa si sostituisce lo schermo di un computer è inevitabile che l’interesse si sposti dalla persona nella sua interezza, alla sua parte malata, sempre più piccola perché sempre maggiormente ingrandita, tanto da occupare l’intero orizzonte di interesse del diagnosta.

 

Costruire la storia di malattia

Costruire una storia di malattia equivale a utilizzare gli esami fatti e gli esiti delle indagini diagnostiche come ciò che realmente sono: dati di fatto,  mezzi della costruzione del racconto e non  unico punto di interesse.

Raccogliere l’anamnesi  è aiutare il malato, e penso soprattutto ai malati cronici e neurologi, a ricostruire la propria vicenda di malattia in un orizzonte di senso nel quale la cronologia degli eventi patologici scorre intrecciata alla cronologia della esistenza, fatta di malattia ma anche di sentimenti, interessi, vicende famigliari e sociali.

E’ questo tipo di raccolta anamnestica, non l’elenco degli esiti diagnostici, la storia dei pregressi ricoveri e le terapie effettuate che ci riporta alla realtà della vita del paziente e ce ne fa conoscere gli aspetti individuali sui quali costruire quella che sarà la futura storia di guarigione.