Mi permetto di scrivere una lettera per spiegare la gravità della situazione e sostenervi in questo momento. Se potessi aggiungerei il nome di ciascuno, indirizzando personalmente lo scritto, perché è a ognuno di voi che penso, a chi già mi conosce e a chi mi ha scelto come medico ma non ha ancora potuto essere vistato.

So che sto deludendo molti di voi. Ho chiuso da dieci giorni il mio studio e ancora lo manterrò chiuso per un tempo indeterminato, o meglio, per un tempo determinato dall’andamento che prenderà la situazione sanitaria.

Il momento straniante che stiamo vivendo è per il nostro Paese del tutto nuovo. Mai noi medici in Italia ci siamo confrontati con una epidemia così sprovvisti di strumenti. Non abbiamo potuto vaccinarci, come quasi tutti facciamo per l’influenza, e non abbiamo ancora protocolli accertati di terapia. Possiamo quindi solo, insieme ai nostri pazienti, resistere, proteggendoci e proteggendoli. Anche io sono un cosiddetto soggetto fragile, per età e per patologia.

Non è solo me che voglio difendere, potrei bardarmi per visitarvi, ma soprattutto voi. Chiudere lo studio è nel mio caso un obbligo deontologico. Non posso garantire che venendo in visita un malato non aspetti con voi in sala d’attesa e anche nel caso distanziassi gli appuntamento, la bonifica dello studio dopo ogni visita è irrealistica. Uno starnuto, un colpo di tosse hanno un raggio di penetrazione ambientale ampio e io visito con un computer, un processore,una telecamera, una stampante, mobili, sedie, due monitor, per non parlare delle porte, degli archivi, tutti situati a una distanza minore del getto delle nostre secrezioni, che comunque riempirebbero l’aria, oltre a depositarsi. Sarebbe impossibile arrivare a disinfettare tutto tra un incontro e l’altro, se ve lo assicurassi direi una bugia. E, anche se tutto fosse sterile, in sala d’attesa un malato avrebbe potuto comunque toccare il pianoforte, le sedie, i caloriferi con la mano con la quale si è soffiato il naso, lasciando tracce biologiche che potrei non individuare. Non sappiamo quanto resista fuori dal corpo umano.

La caratteristica di una virosi così è la sua estrema contagiosità e il miglior rimedio è l’autoprotezione.

Conosciamo meglio il coronavirus per capire come proteggerci

Non so se qualcuno di voi è contrario ai vaccini, io non lo sono. Pensate che una malattia gravissima come il morbillo, che ha un potere infettante di 1 a 10 (1 malato ne infetta 10), era stata quasi del tutto debellata per merito loro!

Il coronavirus ha un potere infettante di 1 a 2, cioè ogni malato è in grado di contagiarne 2. Il problema è che il vaccino sarà pronto, e lo dobbiamo a chi ci sta lavorando giorno e notte, non prima di qualche mese. Abbiamo quindi due possibilità. La prima è la più semplice e si rifà alla responsabilità individuale: se pensate di essere contagiosi isolatevi. Non trascinate nell’infezione i famigliari, gli amici e i colleghi. La seconda è quella che riguarda tutti noi, perché mi auguro che tutti stiate bene: evitare di incontrare persone infette.

Vi raccomando, disertate gli ambulatori e gli ospedali. Sono sempre focolai di infezione. Non cogliete al volo la disponibilità di una visita alla quale qualcuno ha rinunciato per andare voi al suo posto. Se non avete urgenza, urgenza vera, non recatevi in una sala d’attesa affollata di pazienti, non portateci i bambini, soprattutto. Il vostro medico vi saprà dire se la consultazione non si può proprio rimandare, fidatevi di lui.

Non andate a trovare i vostri anziani nelle RSA. Possiamo tutti essere portatori del virus e farlo entrare con noi in una comunità di pazienti fragili. Trovate modalità alternative di tenervi in contatto. Telefonate, scrivete.

Ora veniamo alla difesa personale

Il virus viene inattivato a temperature elevate. Per questo meglio far cuocere i cibi. Possiamo sperare quindi che con l’estate l’epidemia sia finita? Non è certo, è un virus nuovo. Se lo desideriamo beviamo qualcosa di caldo ma non pensiamo di sterilizzarci in questo modo. Facciamo gargarismi con soluzioni antisettiche, se vogliamo, ma non contiamo sulla loro efficacia. Soprattutto laviamoci. Tutte le volte che possiamo laviamo le mani, con cura, a lungo. Togliamocelo di dosso.

Il coronavirus resiste sulle superfici, sui metalli, sulle ceramiche. Anche in casa può quindi passare dalle nostre mani ai mobili, ai vestiti. Laviamo anche quelli, se gli abiti si infeltriscono con l’acqua, esponiamoli al sole, senza spazzolarli, diffonderemmo il virus. Frequentiamo il meno possibile i luoghi affollati. Usiamo le mascherine. Manteniamo la distanza di sicurezza con le altre persone. Andiamo al supermercato, se proprio dobbiamo, nelle prime o nelle ultime ore di apertura. La regola più importante è la più sgradita: restiamo a casa.

Come capire se ci si sta ammalando

Non abbiamo la possibilità di censire i portatori sani. Purtroppo, se lo siete, farete ammalare chi vi sta vicino. Può essere però possibile cogliere i sintomi della malattia al loro esordio e proteggere così il resto della famiglia. L’importante è non scambiarli per un raffreddore.

Il coronavirus solitamente dà sintomi simili all’influenza: febbre, faringite con senso di secchezza e bruciore, tosse. Il sintomo più grave è la difficoltà respiratoria. La tosse è solitamente secca, non produttiva. Avvisate il medico di famiglia che attuerà il protocollo. I sintomi possono però variare tra le persone.

Non è più il tempo di chiedervi se siete stati a contatto con cittadini provenienti dalla Cina. L’infezione ha invaso tutta l’Italia. I criteri di probabilità, sino a qualche giorno funzionali a distinguere una malattia infiammatoria comune dall’infezione da coronavirus, non sono più validi.

Ora una raccomandazione: non mettiamoci le mani in bocca! Meglio, non tocchiamoci il viso. Occhi, bocca e naso sono ingressi per le profondità del corpo e porte sempre aperte alla penetrazione di virus e microbi.