Quando nel 1987 Giorgio Strehler  fondò la sua Scuola di Teatro, qui a Milano, mi chiese di assumere l’insegnamento di Educazione della Voce.

Non so perché si fidasse di me, né quale necessità lo spingesse a contattarmi. Avevo curato qualche suo attore, andavo spesso a teatro, ero stata sua assistente durante la messa in scena del Giardino dei Ciliegi, ai tempi del mio diploma.

Ero un giovane foniatria e un regista teatrale diplomato, univo due competenze, ma sicuramente non avevo a quel tempo molto da offrire.


Grazie alla Scuola di Teatro!

Per nove anni ho ricoperto l’incarico nella scuola che ora porta il nome di Luca Ronconi, insegnando dalle 9 alle 16 ore settimanali, a tre successivi gruppi di allievi.

E’ stato in quel tempo che mi sono chiesta come passare ai giovani l’esperienza maturata lavorando con Iva Formigoni (mia insegnante di voce ai tempi della scuola d’arte drammatica) e con Zygmunt Molik (attore della compagnia di Grotowski con cui avevo fatto molti seminari), filtrandola attraverso le nozioni ricevute alla facoltà di Medicina..

Devo molto agli iscritti del corso Copeau se sono in parte riuscita nell’intento.

E’ con loro che, a partire dalla conoscenza della fisiologia, ho cercato e poi trovato tecniche di sostegno, di proiezione e di portanza che non mettevano a rischio la voce. Per merito loro le ho sperimentate in palcoscenico e ne ho visto la resa anche nella recitazione più impegnativa.

Era l’inizio del mio cammino di foniatra. Un incarico artistico per un medico curioso.

E’ così che è nata la mia professionalità. E’ lì che ho iniziato a elaborare un metodo. A partire dalle esigenze dell’arte e dalle richieste di palcoscenico.

Non venivo dalla voce ma dalla danza

Sino al 1987 il mio interesse artistico principale era stata la danza, in particolare il Teatro Danza. Mi ero innamorata di Pina Baush e seguito Carolyn Carlson, studiando di entrambe l’espressività dei movimenti.

Forse è per questo che, assistendo a centinaia di esami di ammissione, seduta a grande distanza dalla pedana, ho imparato a leggere la postura, a valutare la qualità del radicamento a terra, a capire l’importanza del rapporto spaziale testa-collo nella gestione del vocal tract, a intuire se una voce era malata.

Quando nel 1990 il metodo di educazione era delineato nelle sue linee principali, il mio maestro, Oskar Schindler, mi ha chiesto di farne un libro. Era la mia prima pubblicazione in materia di voce: Comunicare a teatro.

Il metodo si estende

Nel frattempo continuavo ad occuparmi della mia professione clinica. Di comunicazione, patologia neurologica e ritardo cognitivo. In quel periodo curavo soprattutto bambini.

Sono state le logopediste che lavoravano con me a chiedermi di insegnare loro ciò che andavo sviluppando a teatro e di estendere il metodo, se potevo, alla cura della voce malata.

E’ così che nel 1994 ho aperto una no profit (Artec) e nel 1997 la società che tuttora rappresenta il mio maggior impegno professionale (Nuova ARTEC), lasciando la docenza artistica e dedicando alla didattica per i sanitari gran parte delle mie energie.

Ma in me sono sempre esistite due anime.

Con la società di formazione ho organizzato non solo molte edizioni del corso dedicato alla presa in carico della disfonia ma ho promosso l’integrazione tra le due professioni, l’artistica e la clinica.

Con l’aiuto di Emanuele De Checchi e di Ambra D’Amico, abbiamo replicato più volte corsi di canto e di vocalità artistica parlata aperti solo ai logopedisti.

Il congresso “Il sentiero di mezzo” infine ha visto il mio più grande sforzo organizzativo: aula con lezioni magistrali aperte ai cantanti, laboratori di danza, canto, acrobatica e Feldenkrais riservati ai logopedisti.

La malattia e le scienze umane

Per le esigenze del mio lavoro il metodo di educazione della voce artistica si è dovuto confrontare con la malattia, inevitabilmente evolvendosi, assorbendo esperienze passate e giovandosi di nuovi spazi di ricerca.

L’incontro da studentessa con la meditazione Zen ha ispirato la ricerca della postura facilitante, la tecnica di concentrazione sul corpo, la didattica “del guerriero” per la presa dello spazio. Lo yoga, tanto praticato da ragazza, ha perfezionato la dissociazione mantice laringe. La conoscenza del buddismo tibetano mi ha aiutato a dare una nuova visione alla voce, interpretandola come partecipazione all’universo vibrante.

Nel 2000 ho ripreso a studiare la filosofia contemporanea, mi sono avvicinata alla teologia, alla bioetica e, sorprendentemente, queste nozioni mi hanno sostenuto nella riflessione sulla malattia, la cura, il valore della relazione. Un po’ alla volta una didattica nata da esigenze di palcoscenico si è trasformata nella proposta di un viaggio all’interno del proprio corpo fonante alla scoperta di sé.

Il nuovo progetto

E’ solo negli ultimi anni però che la conoscenza e l’adesione alla Medicina Narrativa mi hanno suggerito l’apertura di un nuovo spazio di dialogo, il progetto Medical Humanities, nel quale porto in campo clinico e assistenziale le arti, favorendo nei logopedisti una riflessione costruttiva sulla funzione della musica e del teatro. Un ritorno alle origini, nel compimento di quel cerchio che nella vita ci riporta spesso lì da dove siamo partiti.

Foto di Sarah Richter da Pixabay

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