Questo momento di programmazione della attività didattica mi fa ripensare alla mia vita di studente e mi spinge a interrogarmi  su quanto abbia contato per me incontrare due figure straordinarie nella mia formazione.

 

Cosa mi ha fatto riconoscere il maestro

Vado con il ricordo a coloro i quali ritengo mi siano stati maestri nella vita e ripenso a cosa mi ha indotto a considerarli tali.

Mi accorgo che il passaggio da semplice “studente” ad “allievo” è stato subitaneo, basato su una intuizione inaspettata.
Naturalmente questa intuizione non è dipesa da loro, in quel momento non volevano certo proporsi come esempi, ma da un agire che me ne ha fatto percepire il valore, per me, di guida.
Entrambi stavano dando parola a un mio pensiero. Un pensiero sino a quel momento non ancora chiaramente da me formulato e che ha trovato in una loro frase finalmente espressione.

Un maestro ti cattura con le parole.
Le parole che sono da sempre tue ma che non sei riuscito sino a quel momento a formulare in modo coerente.

Vado in ordine di tempo, cercando di spiegare a me stessa gli eventi.

 

Il maestro di teatro
Venezia, palazzo Grassi, Biennale, anni ’70.

Jerzy Grotowski è seduto sul palcoscenico, a terra. Le gambe allungate davanti a sé. Un braccio a reggersi puntato dietro la schiena, l’altro a tracciare segni nell’aria per sottolineare il discorso.
Improvvisamente raccoglie le gambe, porta la mano sulla quale appoggiava il peso alla bocca, raccoglie la saliva. Mostra il palmo al pubblico.
“Niente dell’uomo mi fa schifo” dice. “Chi ha decretato che la saliva è schifosa? Chi decide cosa è da salvare e cosa da buttare?”. Poi, portando la stessa mano a toccare il pavimento ” E chi ha deciso che la terra è sporca? Che non devo toccarla con le mani? Con quelle stesse mani che raccolgono la saliva dell’uomo?”
Da quel momento l’ho seguito.
Quel discorso era il mio discorso. Il discorso che mi ero fatta affrontando la facoltà di medicina e la scuola di regia non sapendo quale delle due scegliere e scegliendole entrambe.
Mi interessava l’umano. L’umano in me e fuori di me. Niente che fosse umano mi disgustava. Tutto accoglievo nel desiderio di conoscere.
Iniziava così un lungo apprendistato teatrale e laboratoriale con la scuola di Wroclaw e con i suoi protagonisti che mi avrebbe condotto a diventare quello per il quale non mi stava formando: un esploratore dell’umano invece che un regista.

 

Il maestro di medicina
Milano, lezione alla Scuola di Specializzazione in Foniatria, anni ’80.

Oskar Schindler sta tracciando un grafico alla lavagna. Sul piano, tra i due assi cartesiani, si va disegnando la scala delle competenze di un soggetto con ritardo mentale. Vertiginose profondità segnano il calcolo, la lettoscrittura, le capacità logiche. Poi un improvviso picco, unica vetta del profilo: abilità di manipolazione.
Il professore traccia una parallela all’asse delle ascisse che lascia sopra di sé l’unica abilità residua e commenta “Certo, che se lo consideriamo per ciò che non sa fare, questo soggetto ha poco da dare”, il pennarello segna le profondità delle singole carenze “ma, se consideriamo ciò in cui eccelle”, il pennarello indica il picco ” non sarà forse migliore di qualcuno di noi?”
Ci guarda sorridendo. “E se smettessimo di valutare le persone per ciò che non sanno fare e ci decidessimo a stimarle per le cose nelle quali eccellono?”
Conquistata. E’ esattamente quello che mi stavo dicendo dall’inizio della specialità senza trovare le parole. Considerare le persone per ciò che sanno e non per ciò che non sano. Trovare il valore di ciascuno. Fosse anche l’unico. E puntare su di esso.

 

Cosa è accaduto?

Come hanno fatto queste due persone così diverse ad apparirmi come maestri?
Cosa mi ha indotto a seguirle per anni e ancora oggi a provare per loro una sincera, commossa gratitudine?
Credo di poter dare un’unica risposta.
Entrambi mi hanno fatta nascere a me stessa, alla me stessa adulta, traendo da me quelle parole che io non ero ancora capace di dirmi. Parole delle quali ancora non mi ero fatta un vessillo per testimoniare chi ero e cosa volevo.
Entrambi hanno lasciato che si aprisse dentro me un vuoto, che la mia personale richiesta di comprensione, di cultura, di formazione mi apparisse come una “mancanza” feconda, promettente, dalla quale partire verso una nuova ricerca.
I maestri non mi avevano colmata di certezze, di nozioni, di esercizi utili a cavarmi d’impaccio nelle future necessità del mio cammino professionale.
I maestri mi avevano interrogata con la loro stessa domanda.
Avevano fatto mio il loro sgomento davanti a uno status del sapere (cosa è disgustoso e cosa no, chi vale e chi non vale, quali sono i parametri in questo nostro cercare di tutto comprendere e tutto capire?), sfidandomi a cercare con loro e non da loro una risposta.

Da nessuno dei due ottenevo certezze. Da entrambi ricevevo la consapevolezza che il campo del sapere, della ricerca e della conoscenza era infinito e che loro, come me, come tutti i loro allievi, in esso stavano camminando.

 

Maestro, dammi del tu

Ho avuto un terzo maestro,ma il mio rapporto con lui non è segnato da una intuizione illuminante quanto è caratterizzato da una sensazione (pervasiva, direbbe lui) di protezione e di viva familiarità.
E’ Pierangelo Sequeri, teologo e mio insegnante di una materia alla quale sono arrivata per caso, sbagliando aula, più di dieci anni fa: Teologia fondamentale.

Mi sono chiesta cosa, ascoltandolo, generasse in me questa certezza di essere una dei suoi allievi e, per questo, accolta e compresa.
Non è certo la sua enorme cultura e neppure la sua capacità logica, che si effonde in un linguaggio complesso ma aneddotico e disincantato.
Don Sequeri ha scelto di darmi del “tu”.
E’ questo che mi fa sentire così bene.
In un mondo nel quale il tu è reciproco, voluto o obbligato, don Sequeri mi da del tu mentre io continuo, e sarebbe impensabile smettere, a dargli del Lei.

E’ questa disparità così bene espressa, una volta di più, dal linguaggio, che mi fa sentire bene.
Vado a lezione per farmi dare del tu.
Ho bisogno, e ancora di più alle soglie della vecchiaia, che un maestro risponda col tu al mio rispettoso lei. Che mi indichi che posso affidarmi, che ancora molto, anche da vecchi, c’è da imparare.

 

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