In situazioni routinarie il momento del pasto può non essere colto nella sua valenza di apprendimento privilegiato e di conoscenza del mondo e scambiato per un obbligo all’interno delle normali attività di accudimento.

Se affrontato in una tale ottica il focus attenzionale non può che essere rivolto  a ciò che il bimbo mangia e a quanto mangia più che al come mangia, al cosa fa mangiando, a quale implementazione delle conoscenze il pasto può apportare.

 

Tre almeno sono gli ambiti nei quali agisce l’atto del nutrirsi anche solitario

1. Mangiando, anche imboccato purché non distratto, il bimbo impara a riconoscere i sapori, a osservare i cibi, ad apprezzarne la consistenza.

2. Se stimolato a “fare da solo”, nel portare il cibo alla bocca, nel manipolarlo il piccolo apprende nuove prassie, perfeziona la coordinazione occhio-mano e mano-bocca.

3. Se viene proposta una dieta variata, nel preparare il bolo e infine nel deglutirlo il bimbo apprende e conferma abilità della bocca quali: il contenimento endorale, la triturazione e lo spezzettamento del bolo, il recupero nei fornici e la sua ripresentazione alle arcate dentarie, la preparazione per la propulsione, la propulsione.

Naturalmente ciò accade purché non sia presente un distrattore, quale la televisione che, attirando il piccolo, gli impedisce di godere in pieno del piacere del cibo e non ci si intestardisca ad imboccarlo, impedendogli così di sperimentare nuove strategie, trovare strade prassiche alternative e di rivolgersi al cibo con quella spinta volitiva che è l’unica garante della soddisfazione alimentare.

 

Perché è meglio mangiare insieme?

Un pasto che venga consumato in famiglia, alla presenza dei genitori e dei fratelli, aumenta le occasioni di apprendimento in più ambiti e attraverso vie diversificate.

1. Il vedere gli altri assaporare cibi diversi dal proprio risveglia, anche nei più piccoli, la naturale curiosità verso il non noto. L’apprezzamento che il commensale dimostra verso qualcosa che ancora il bimbo non ha gustato lo spinge alla richiesta ed all’assaggio, così che consistenze nuove, nuovi sapori e soprattutto impreviste difficoltà stimolano la conquista di capacità prassiche più evolute (separare un nocciolo dalla polpa di un frutto, sputare una buccia…).

2. L’assistere a una consumazione “attiva” del pasto (tagliare, raccogliere con il cucchiaio i residui, condire…) toglie la passività di chi è abituato ad aprire la bocca all’arrivo della pappa, distratto da un gioco o da una immagine che il genitore offre nella speranza di far ingurgitare la adeguata quantità di calorie. Un cibo che si possa trattare come un oggetto, manipolare, infilzare, schiacciare e raccogliere offre in realtà ben altra attrattiva di un alimento che non si può apprezzare (guardandolo, odorandolo, toccandolo) prima di introdurlo in bocca.

3. La tavola condivisa offre una irrinunciabile occasione di confronto tra ciò che si sa fare e ciò che un soggetto più abile già fa. L’imitazione svolge un ruolo fondamentale nell’apprendimento delle “buone maniere” ma non solo, chi mastica con cura, beve con attenzione, si serve delle posate con perizia è il miglior modello per chi si approccia al cibo solido.

4. Infine a tavola si parla, si chiacchiera, si racconta, si relaziona, si fanno domande.Ecco che il momento del pasto diviene l’occasione privilegiata per mettere in pratica le abilità conversazionali, per imparare le regole della presa di parola, per praticare l’ascolto attivo.

 

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