Salviamo le nostre bambine dagli stereotipi, proteggiamole dall’ansia di piacere, di essere eleganti e gradevoli. Il mercato ha bisogno di donne consumiste che acquistino prodotti, che facciano prosperare un commercio basato sul desiderio di apparire piuttosto che sulla necessità di essere.

Non si tratta di un discorso veterofemminista ma della riflessione che scaturisce dai dati economici. A parità di mansione la donna è pagata meno del collega maschio, per le donne i vertici della carriera sono spesso irraggiungibili, le famiglie stesse investono maggiormente sulla istruzione maschile piuttosto che su quella femminile.

Le bambole sono un’ottima palestra per il maternage e Barbie è una splendida alleata se vogliamo sviluppare la “teoria della mente” nelle nostre figlie ma chiariamo loro, sin da quando sono piccole, che la felicità per nascita, come è il caso delle principesse, è destino di pochi. E che quei pochi siano fortunati è tutto da dimostrare.

Da bambina, quando ballavo intorno al tavolo sulla musica di Chuck Berry, mia nonna mi diceva “Silvia, comportati come si deve”. Quando mi rifiutavo di legarmi i capelli mi veniva detto “insomma, un po’ di quello che ci vuole!”

Ma cosa si doveva, cosa ci voleva? Negli anni 60 una bambina era educata in nome di regole ritenute ovvie e non dette, nella prospettiva di un futuro nel quale le si preparava a un ruolo subalterno, pena, come da adolescente mi diceva mia madre, che nessuno le voglia sposare.

Nel 1964 Silvana a 7 anni voleva fare l’ingegnere, Laura il medico mentre io, visto Laurence Oliver recitare Amleto alla televisione, tentavo di coinvolgerle in una irrealistica ripresa della tragedia di Shakespeare, della quale avevo steso una rielaborazione non potendo accedere al testo originale (non vorrai leggere Amleto alla tua età!).

Mi guidavano nel costruirmi un’immagine  femminile portandomi al cinema: Cenerentola, Biancaneve col suo principe necrofilo, la Bella Addormentata, ideali di donne e di destini che non ho mia desiderato ricalcare.

Io, a differenza di loro, ero brutta, sovrappeso, decisamente poco conciliante. Nei panni di una gentile e benevola principessa, con tanto di abito lungo e coroncina, non avrei mai potuto vedermi. La mia favola preferita era Il Gatto con gli stivali. Amavo l’intelligenza  che vinceva l’orco, la libertà dell’andarsene per il mondo, l’irrisione dei violenti e dei vanesi. Crescevo, in un mondo di miti femminili, da gatta parlante.

Per questo amo  le donne Gatto, quelle che studiano, che curano figli coltivando le proprie passioni, che fanno musica, arte. Che svolgono professioni un tempo solo maschili, portando in esse lo specifico della cura, l’istinto al maternage, la disposizione agli affetti.

 

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