Esiste una sostanziale ambiguità nell’uso quotidiano del termine  “olistico” .

Derivato dal termine greco όλος (intero, tutto, ogni), l’aggettivo indica lo stato di un ente quando questo non può essere identificato con la somma delle sue componenti  che, inevitabilmente, supera. In altre parole, se vogliamo utilizzare termini fisici, in un tale ente la somma di energia/lavoro/ prestazioni sviluppati dai singoli elementi risulta minore di quella dell’energia /lavoro/prestazioni sviluppati dal sistema considerato nella sua totalità.

Questo non significa che il sistema non sia scomponibile in costituenti elementari ma che l’esito della loro aggregazione non è identificabile con il “sistema” considerato come unità funzionale, in quanto questo è capace di sviluppare e mettere a frutto capacità che non erano predicibili dalla conoscenza dei costituenti.

La cucina, intesa come realizzazione di una ricetta, è un esempio calzante di olismo. Il risultato della combinazione non è prevedibile a partire dalla conoscenza dei singoli ingredienti e supera ciò che potremmo, assaggiandoli, immaginare derivare dalla loro aggregazione, andando a costituire una entità nuova che inevitabilmente ci sorprende.

In senso antropologico l’uomo, consederato come individuo, supera la semplice somma delle sue capacità e competenze, supera perfino la propria vicenda biografica. Rivolgersi all’umano obbliga a un pensiero olistico, suggerendo che  le componenti individuali (carattere, stato di salute, esperienze pregresse, capacità) diano vita tra loro a interazioni non lineari che si manifestano solo all’atto della loro messa in relazione nell’insieme.

Trovare in questo il germe dello stupore e della novità è utilissimo in senso clinico ed educativo.

Ogni soggetto, ogni paziente, ogni allievo supera nella sua unità la nostra immaginazione, obbligandoci ad avvicinarsi a lui ogni volta come a un territorio inesplorato.

Una deriva nella clinica di questo concetto, che pur permette di non limitarsi a considerare il malato nella evidenza isolata della patologia, è il pensare che anche l’agire in senso terapeutico possa seguire una strada olistica, con la somministrazione di un rimedio personalizzato ma identico per ogni sintomo, con l’applicazione di medicine alternative o non convenzionali, con il solo interesse alla sfera inconscia o alla sofferenza psichica.

Ciò che sfugge  è che olistico in medicina deve essere solo l’approccio metodologico del medico non la qualità della cura, perché la realtà biologica del paziente non è e non può essere olistica. Essa è complessa.

Per comprendere il concetto di complessità dobbiamo rifarci  al significato primitivamente dato all’aggettivo complesso.

Complesso è ciò che, per essere compreso, deve essere “abbracciato intorno”, cioè considerato prima in ogni sua parte e riconsiderato poi nel risultato delle relazioni reciproche tra esse.

E’ questo ciò che ci insegnano a fare nella nostra professione, costringendoci a conoscere organi e apparati. Ed è questo che viene fatto in vocologia artistica quando viene data al docente di canto una preparazione scientifica che possa affiancarsi alle competenze artistiche.

Come medico, come docente devo considerare l’interlocutore un tutto ma questo mi è possibile  solo dopo averlo conosciuto nella sua complessità.

In questo senso la scomposizione precede la sintesi e la molteplicità delle parti allude all’uno.

La prossimità etimologica tra gli aggettivi complesso e completo ci riporta inevitabilmente proprio a questa speranza di raggiungere una conoscenza saturata.

Rivolgerci in modo olistico all’altro non è un atteggiamento primitivo, da assumere a priori (magico in un certo senso) ma un derivato della conoscenza analitica che, proprio nello sforzo di abbracciare, chiude intorno al conosciuto il cerchio e, tutto considerando,  comprende il molteplice come unico.

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