Considerata per secoli Scienza, la Medicina ha dimenticato di essere principalmente Sapienza.
Non solo conoscenza di anatomia, fisiologia, patologia e terapia ma complesso insieme di intuizione, capacità di relazione e attitudine all’ascolto.

Chi si è cimentato nel suo studio si è visto negare dalle necessità di apprendimento il tempo di coltivare le discipline cosiddette umanistiche, quali la poesia, la letteratura, l’arte figurativa, la filosofia in una sorta di scotomizzazione della matrice principalmente “umana” del curare a favore di un nozionismo scientifico a rischio di sterilità e di un tecnicismo applicativo allontanante.

Resi analfabeti di ritorno dai tomi di anatomia, negli anni 70 ci siamo battuti affinché lo studio “matto e disperatissimo” non prosciugasse completamente le nostre facoltà intellettive, rendendoci incapaci di ricercare, fruire, difendere il bello e la cultura e, con essi, l’ambiente, gli animali, la vita stessa.

Come molti colleghi mi ritrovo ad aver combattuto su due fronti.
Quello della conquista del conoscere (fondamento del cosa fare) e quello della conquista del sapere (fondamento del come e del perché fare).

Il conoscere mi è stato reso possibile dalla istituzione accademica. E di questo sono grata alla università per le migliaia di informazioni che mi ha dato, ai corsi post-laurea, agli aggiornamenti professionali, all’editoria scientifica, ai congressi.

Ma il sapere da dove mi è venuto?

Il termine sapere deriva dalla forma transitiva del verbo latino sapio, che non soltanto significa possedere conoscenza, ma avere senno, sapienza e giudizio.
Non a caso nella sua forma intransitiva il verbo significa avere gusto, sapore, odore.
Come a significare che chi ha sapienza è buono all’assaggio, ha in sé un succo odoroso, un aroma.
Le due accezioni si trasmutano l’una nell’altra, fluendo senza soluzione di continuità dalla forma intransitiiva alla transitiva, in una sensoriale catena che dal naso/bocca (il sapore), arriva all’azione (il saper fare) e prosegue dall’agito allo spirito (avere sapienza), passando da sapore/odore corporeo a sapore/odore spirituale. Il sapiente effonde.

Il sapere è una lenta conquista che si nutre delle discipline umanistiche, del bello e dell’arte, della storia personale e collettiva e che fruttifica nell’incontro con l’altro.

 

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