Perché una riflessione sulla funzione materna?

Non è raro che una donna che partorisca passi da una situazione di protezione mediata da figure istituzionali, come l’ostetrica e il ginecologo, e parentali a una solitudine a due con il neonato.

Esiste infatti un vuoto istituzionale tra la nascita e la prima socializzazione del bambino, vuoto spesso non riempito, per la famiglia nucleare, da figure che possano sostenere la madre nei primi mesi di vita del figlio.

In un periodo storico di solitudine per le madri è utile riflettere sulla funzione  che il materno riveste, per individuare ambiti di intervento utile per figure professionali di sostegno.

 

La funzione materna

La parola funzione deriva dal latino fungor, verbo deponente che tra i molteplici significati annovera: adempiere, esercitare, compiere.

In un’ottica strettamente linguistica la funzione materna può essere vista come un compito obbligato (adempiere), praticabile in prima persona (esercitare), portato avanti sino al completo esaurimento di quanto previsto e dovuto(compiere).

Gli aspetti principali della funzione materna sono riconoscibili nell’accoglienza, nella nutrizione, nella mediazione e nel modellamento. Essi si intrecciano strettamente negli atti dell’accudimento e creano la trama di fiducia che rende il bambino capace di un attaccamento costruttivo,  fonte di quella capacità di allontanarsi successivamente dal materno stesso e di incontrare il mondo.

 

Accogliere

Il primo atto di accoglienza del bambino non è distinguibile dal riconoscimento di lui come essere dotato di valore intrinseco e necessitante di cure.

Ogni madre, sin dalla corsia ospedaliera, è in grado di riconoscere il pianto del proprio neonato e la capacità percettiva si accresce nei primi giorni di reciproca conoscenza, sino a rendere la voce del piccolo stimolo efficace a produrre il risveglio e indurre all’accudimento immediato.

Tutte noi siamo state per mesi risvegliate da un pianto sommesso, di intensità moderata, nel cuore della notte mentre il nostro compagno continuava il riposo, del tutto inconsapevole del debole richiamo che sembrava indirizzato solo alle nostre orecchie.

Questa capacità di separazione figura-sfondo così tipica del materno, testimonia la naturale predisposizione a rispondere ai bisogni di chi, in quanto incapace di provvedere in alcun modo a se stesso, non può che piangere per richiamarci.

Ed è proprio  quel richiamo così acuto e sgradevole che ci obbliga ad accorrere, al fine primario di far cessare il disagio percettivo che sa procurarci.

 

Nutrire

Ricevere il necessario alla sopravvivenza nella specie umana (e probabilmente nei mammiferi) è legato al piacere propriocettivo dato dal succhiamento e a quello gustativo e termico dato dalla presenza del latte nella bocca.

La madre che allatta si trova ad essere non solo chi provvede a togliere il dolore della fame ma colei che è in grado nello stesso atto di iniziare al piacere, all’edonismo che è insito nel vivere stesso.

Con le prime autonomie alimentari del bambino è sempre la madre che utilizza il pasto per proporre nuove frontiere di conoscenza: le diverse consistenze, i diversi sapori, le diverse temperature, così che non solo differenti sapori ma differenti modi di essere, cucinare, vivere possono venire conosciuti e apprezzati seduti a una tavola comune.

Parallelamente anche le capacità deglutitorie si modificano e l’inedibile (lische, noccioli) viene riconosciuto e distinto dall’edibile per venire sputato, il bolo viene sminuzzato e macinato, in un accrescersi di competenze che solo la novità e la difficoltà, purché proposte dall’adulto al quale ci si affida, sanno favorire.

 

Mediare

Nella propria totale ignoranza del mondo il bimbo trova nella madre, in particolare nel suo abbraccio quando è piccolissimo, e nella vista del comportamento di lei più tardi, la chiave interpretativa di ciò che accade.

La madre, figura affidabile per eccellenza e dispensatrice di accoglienza, interpreta per sé, e trasmette involontariamente a lui, l’esperienza che va facendo del mondo esterno significando ciò che accade come pericoloso, piacevole, sicuro….

Questo farsi schermo trasparente ma interpretante aiuta il bimbo anche a dare nome alle esperienze del proprio mondo interiore, attraverso una paziente opera di nominazione di sentimenti e stati d’animo che la madre compie e, successivamente, lo spinge ad avvicinarsi all’interiorità dell’altro a partire da quella intelligenza emotiva che il materno va sviluppando in lui

 

Modellare

Il modellamento è insito nel comportamento umano. Per il solo fatto di vivere in presenza di altri modelliamo il comportamento di chi ci sta attorno e rivolge su di noi lo sguardo alla ricerca di una guida al proprio agire.

Già dalla culla la ripresa da parte della madre dei suoni gutturali prodotti dal lattante (al solo scopo di goderne le sensazioni propriocettive orali e acustiche) modella la progressiva scelta che lui farà del repertorio di vocalizzazioni che andranno a formare la lallazione.

Ma non solo il linguaggio nella sua forma fonoarticolatoria, anche la comunicazione orale nel suo aspetto pragmatico (intonazione, stress vocalico, timing) viene progressivamente modellata e così le abilità sociali, quelle conversazionali.

 

Nonostante si dia a questa multiforme funzione l’appellativo di “materna” non dobbiamo pensare che per questo sia riservata alla sola madre biologica. La funzione, complessa e costitutiva, può essere esercitata da chiunque, purché si prenda in questo modo del bambino, e può essere condivisa tra più persone.

La figura del logopedista può inserirsi in modo costruttivo in questo ambito andando a sostenere le madri e discutendo con esse gli aspetti della cura, dal nutrire al modellare.

 

 

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