Nella cultura femminista, a partire dall’analisi della diversità costitutiva dello sviluppo maschile e femminile, si è andata evolvendo, dagli anni ottanta, una riflessione tendente non più all’affermazione  dell’uguaglianza  tra i sessi (femminismo umanistico) ma alla rivalutazione  della differenza, rispettosa della unicità dell’individuo (femminismo differenzialista). In quest’ambito culturale si sono ricercate, nello specifico del sentire femminile, quelle qualità che fanno dell’alterità un valore da non negare, ma piuttosto da accogliere e assumere.

La voce morale delle donne ha iniziato così a rendersi interlocutrice feconda, non con la dimostrazione  di una superiorità pregiudiziale,  ma attraverso la valorizzazione  di aspetti dell’umano che erano stati da tempo confinati in un giudizio screditante.

 

Il preconcetto della identificazione delle qualità etiche del soggetto adulto con l’etica virile

Carol  Gilligan,  iniziatrice  di questo  discorso,  individua  come  preconcetto  pregiudiziale  della morale corrente l’identificazione  delle qualità etiche adulte con le qualità tipiche della virilità.

Secondo questa visione il soggetto eticamente evoluto è colui che agisce secondo le regole e i principi e che sana le controversie appellandosi ad essi come regolatori della vita della comunità.

Questa visione si coniuga facilmente alla concezione del sociale come luogo favorevole allo scambio mercantile e alla realizzazione personale. Il soggetto eticamente evoluto è un individuo isolato e autonomo rispetto ai legami con l’altro, indipendente e libero.

Su questo modello si è configurata  una concezione  della società intesa in termini di diritti e doveri, nella quale i rapporti sono organizzati nella prospettiva maschile secondo il modello della gerarchia.  I desideri, le prospettive di autorealizzazione, gli stessi valori sono centrati sull’autoaffermazione e la competizione con gli altri giustificando la lotta per il primato, l’anelito al raggiungimento di posizioni di vertice e di traguardi economici.

In questa prospettiva i conflitti di valori si traducono in conflitti di principi.

La scelta etica equivale alla identificazione della gerarchia di questi ultimi e alla loro applicazione, oltre l’individuo e nonostante  la relazione.

In un’etica di questo tipo il malessere  è dato dal non raggiungimento  delle posizioni  di vertice, L’ansia   deriva  dalla  paura  che  qualcuno   ambisca   al  medesimo   obiettivo.   L’allontanamento dell’altro è la garanzia della realizzazione  personale.  L’autorità è la modalità di mantenimento della supremazia.

La donna struttura invece la propria vita nell’ottica della reciproca dipendenza.

Essa tesse intorno a sé una rete di rapporti e di relazioni,  basate sulla interdipendenza.

I conflitti tra valori per la donna divengono  così lacerazioni del rapporto. Il disagio è rappresentato  dall’essere sospinta ai margine della rete e di non poter più godere dei legami. L’ansia è frutto della lontananza affettiva, mentre il successo personale è identificato con il mantenimento della buona relazione.

Più che una morale fondata sui principi e sulle fredde regole, la donna privilegia la comunicazione interpersonale, la responsabilità,  la relazione di accudimento dell’altro.

 

L’etica della cura 

Proprio dall’effettiva gratificazione derivante alla donna dall’accudimento dell’altro, deriva il manifestarsi della qualità etica del rapporto principalmente  nella cura. Ma che cosa si intende col termine cura? E’ possibile individuare tre accezioni differenti (N. Noddings, 1984):

1. una condizione di ansietà e di apprensione

2. un’attitudine di disponibilità nei confronti dell’altro, che si traduce nel comprenderne la reale situazione e i bisogni

3. un sentimento di affetto e di solidarietà, espresso da un desiderio di stare insieme e di godere della presenza dell’altro.

Essa è quindi identificabile (H.Jonas) in una “paura altruistica” secondo la quale il destino dell’altro non solo ci interessa, ma ci riguarda personalmente  e ci appella a una sollecitudine  nella quale ne va anche di noi. In questa paura è evidente la consapevolezza  della propria fragilità e l’apprensione  per la “vulnerabilità” di altri esseri, la preoccupazione  per la “loro esistenza minacciata”.

In questo senso forte l’etica della cura è in grado di mettere in discussione il presupposto di separazione,  sotteso all’idea di diritto.

Al centro della visione femminile si propone, come principio guida, quello della connessione.

 

La morale della “responsabilità”

Nasce quindi nella visione femminile una morale della responsabilità che si differenzia da una morale dei diritti. Essa assegna la priorità al rapporto, non più al singolo individuo.

Secondo questa visone (L. Battaglia, 1997) “ la vita, intesa come una trama cui tutti apparteniamo e da cui tutti deriviamo, è salvaguardata  da un’attività di cura responsabile ed è basata su un legame di interdipendenza  anziché su un contratto tra eguali. ….La vita morale si definisce come tale non perché risponde a un astratto sistema di regole, ma perché riesce a costruirsi come una continuità intelligibile,  un racconto sensato: è, potremmo dire, la capacità di cogliere questo racconto che ci rende responsabili, cioè capaci di rispondere delle nostre azioni.”

E’ l’abbandono  dello schema astratto (regole assolute)   nelle quali l’uomo rinuncia  al riconoscimento  dell’altro, nel suo specifico di bisogni e debolezze.

La nuova morale si configura nell’invito a cogliere e sviluppare una rete di relazioni, legate tra loro in un racconto sensato, che si dipana davanti a chi, in questa rete, vive e tesse a sua volta.

 

La struttura della psiche femminile

Molte psicanaliste femministe hanno visto in questa capacità di accoglimento della relazione la conseguenza  del modo di strutturarsi stesso della psiche femminile, la quale si sviluppa legandosi alle affiliazione e ai rapporti.

Nancy Chorodow  vede nella responsabilità  materna della donna per i piccoli l’origine  di questo carattere.  La tendenza  a riconoscersi  come eticamente  corretti  in quanto  individui  in grado di prestare cura è, secondo l’autrice, strettamente legato all’esperienza di maternità.

La gravidanza, il parto e la cura dei piccoli (anche al di fuori della maternità biologica) comportano una serie di pratiche dalle quali derivano valori e saperi tipici.

Per sottolineare l’influsso della maternità nello sviluppo della coscienza etica femminile si è parlato di maternalismo,  contrapponendo questo termine al termine paternalismo,  connotato  da caratteri meno positivi. Del termine possiamo avere due diverse accezioni

accezione  debole:  ravvisa  nella maternità  l’origine  dei valori  etici femminili  (Sara Ruddick,1980). A fondamento  del pensiero materno sono posti sia una capacità intellettuale,  l’attenzione, relativa alla conoscenza ‘ speciale’ dell’altro, sia una virtù, l’amore, che implica l’apprezzamento  di chi viene conosciuto.

accezione forte: individua nella maternità il paradigma etico di ogni relazione sociale (Shanklin e Love, 1984). Secondo questo concetto è opportuno  che alla società dei padri faccia seguito la comunità delle madri. I legami contrattuali e ‘meccanici’,  luogo della competizione,  potranno così essere sostituiti da legami organici di appartenenza profonda, luogo della affiliazione.

 

La cura del pianeta come estensione dell’etica femminile

L’etica della cura deriva  dal riconoscimento  della diversità  biologico-sociale dei sessi e dalla “coscienza riproduttiva”  che caratterizza la donna e la rende direttamente  partecipe al processo di dare e conservare la vita.

Dalla consapevolezza  del ruolo vitale, non solo privato,  della donna,  deriva la coscienza politica ed ecologica.

Così come è fondamentale la funzione generativa, così diviene connaturata all’esistenza  femminile  quella conservativa  della vita presente,  intesa come vitalità e abitabilità  del pianeta.

La difesa della buona relazione, ottenuta con l’affiliazione, si coniuga alla difesa dell’ambiente,  identificato come “casa per l’uomo” (Vandara Shiva, 1990 )

 

 

Bibliografia del femminismo storico

Battaglia, L. La ‘voce femminile’ in bioetica. Pensiero della differenza ed etica della cura in: S. Rodotà (a cura di), Questioni di Bioetica, Laterza, Bari 1997

Callahan, D. What kind of life. The limits of medical pro gress, Touchstone Books, New York 1990

Chodorow, N. Family Structure and feminine personality,  in Rosaldo, M.Z. (a cura di ) Woman, culture and society, Stanford University Press, Stanford 1974

Erikson, E. Infanzia e società, Armando, Roma 1972

Gilligan, C. Con voce di donna, Feltrinelli, Milano 1987

Jonas, H. Il principio di responsabilità, Einaudi, Torino 1990

Lever, J. Sex differences in the games children play , in “Social Problems”, 23,1976

Nodding, N. Caring: a feminine approach to ethics and moral education , University of California Press, Berkeley, 1984

Piaget, J. Il giudizio morale nel fanciullo, Giunti barbera, Firenze, 1972

Ruddick, S. Maternal thinking in “Femminist Studies ”, 1980, 6

Shanklin, E.; Love, B. The answer il matriarchy, in Trebilcot, J. (a cura di ) Mothering: essays in feminist theory, Rowman and Allahmeld, Totowa, N.J. 1984

Shiva, V. Sopravvivere allo sviluppo, Petrini,

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