Quando ascolto un cantante mi chiedo: quanto sta comunicando di proprio? Cioè quanto mi arriva, attraverso il suo modo di cantare, di ciò che lui è come persona e come artista?

In nessun campo si corre il rischio di rinunciare a se stessi come nell’arte vocale.
Nessuno scrittore di valore scrive “alla maniera di”. Ci mancherebbe, tanto varrebbe leggere l’originale, cestinando l’imitatore.

Nell’arte vocale invece uno dei rischi maggiori è proprio questo: rinunciare alla propria personalità per adeguarsi al gusto del momento, allo stile del programma televisivo ospitante, al “cosa ci si aspetta da me”.

L’arte è la risposta a un bisogno intimo, uno dei modi per salvarsi la vita (oltre ai molto praticati: scappare, rimandare, dimenticare).
Il cantante sceglie di usare la voce sia per portare la propria testimonianza sia per medicarsi. Dal male di vivere, se vuoi dirla in modo poetico, dalle ferite quotidiane in ogni caso.
Fatica sprecata quindi l’imitazione (non comunica e non mi cura), l’eccesso ricercato, la falsificazione. Cose buone da vendere ma effimere. Non danno frutti dopo la fioritura.

Quando visito un adolescente, si è adolescenti sino ai 30 anni, scatta in me la nevrosi da maternage.

  • Non farti male (prima regola della professione artistica: sopravvivi alla tua giovinezza e fai in modo di arrivare alla pensione con danni contenuti).
  • Ricerca e ricercati (cioè guardati in giro e intanto scopri chi sei).
  • Non venderti (in altre parole, non considerati alla stregua di un oggetto, tanto qualcuno lo sta già facendo al tuo posto).
  • Trova il tuo stile e il tuo ambito di appartenenza (crea quindi nella tua testa almeno due categorie mentali: ciò che ami e ciò che sei, non sempre si è simili a cosa si ama).
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