Come molti bambini infelici sono diventata precocemente adulta. E come tutti i bambini soli ho cercato intorno a me aiuto.

La musica è stata la risposta. Una risposta forte, energetica,comprensiva. Devo alla musica, quella musica che ascoltavo alla radio e che acquistavo investendo tutti i miei risparmi, quella che sono.

La musica che mi arrivava dall’America, dall’Inghilterra e dall’Irlanda tra il ’66 e il ’70 ha riempito gli anni delle medie e del liceo. Canzoni delle quali non capivo le parole, i cui testi imparavo a memoria senza conoscerne il significato. Strano fenomeno d’amore.

La musica nella mia storia non ha avuto il ruolo di sottofondo alla  crescita, di accompagnamento o di divertimento. E’ stata concime, fertilizzante organico.
Ha creato connessioni nuove nel mio cervello, strade sinaptiche privilegiate che mi permettono, ancora ora, di riconoscere un brano dalle prime tre note, di ricordare la copertina dell’album che racchiudeva quel tesoro, che mi obbligano, anche da vecchia, a ricordare i film per la musica che vi era presente più che per la trama e che mi fanno oggetto di riso famigliare quando, entrata in un negozio, mi immobilizzo riconoscendo un brano.

Senza essere un musicista, ho vissuto di musica. No, ho potuto vivere grazie alla musica.

La mia rabbia adolescente, il mio sogno di fuga, lo scandalo che avvertivo affacciandomi al mondo sono stati  materia di dialogo con artisti come Brian Wilson dei Beach Boys, psicotico autorecluso navigatore di oceani, Brian Jones dei Rolling Stones, ignorato solista di pezzi meravigliosi, Donovan, sognante solitario irlandese.

Sono stata felice con i Turtles e il loro Happy Together, mi sono fatta cullare dalle buone vibrazioni dell’organo Hammond, ho condiviso per la strada lo sgomento dei Doors e del loro People are strange.

Ho trasformato in uccelli piumati i  pulmini Volkswagen delle famiglie psichedeliche per dare ali al mio desiderio di cambiare, di lottare per un una vita migliore, in una fantasia di libertà e autonomia che la famiglia mi negava ma che la musica mi faceva credere solo rimandata.

Sarò sempre grata alla musica, a quella musica, matta e disperatissima, del rock americano e del beat inglese. Non mi ha fatto compagnia, ha condiviso i mie sogni, nutrito le mie speranze, reso forti le mie debolezze e trasformato la mia paura in curiosità.

Negli ultimi mesi alcuni dei protagonisti di quel meraviglioso periodo sono morti. Alcuni famosissimi, che tutti ricordano, altri meno famosi o spenti artisticamente da tempo. Tra essi il fondatore degli Aphhodite’s Child, il fondatore degli Eagles.

Ieri se ne è andato Paul Kantner, fondatore e anima dei Jefferson Airplane. Questo post è dedicato a lui, alla sua arte e al suo gruppo

Share on Facebook49Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Share on Google+0Email this to someone

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>