La proposta di talent show che coinvolgono bambini o preadolescenti merita insegnanti di canto esperti e foniatri attenti, affinché prevalga  l’atteggiamento di cura ed educativo sulla finalità commerciale.

 

Obiettivi e speranze

Il talent show coltiva e premia la capacità individuale in modo esclusivo, fornendo in aggiunta un giudizio estetico. Tra partecipare a un talent e cantare in un coro c’è più o meno la stessa differenza che troviamo tra giocare a tennis e far parte di una squadra di basket: confronto tra individui nella gara che li oppone, collaborazione di gruppo alla riuscita comune.

I diversi fini educativi che i due tipi di attività si propongono si denunciano da sé. Far acquisire fiducia e capacità di puntare su di sé la prima, insegnare la dedizione alla causa comune e l’attitudine alla collaborazione la seconda. Non a caso nel tennis, come nella partecipazione a un talent, l’ambizione personale  può confondersi con quella del genitore, così che il partecipante rischia di avere tre giudici severi: il pubblico, il giurato e il famigliare, con la carica di stress e le ripercussioni relazionali che questo comporta.

 

Un circo

Tra i programmi televisivi che più mi disturbano vi sono le gare tra aspiranti cuochi. L’aggressività reciproca tra i partecipanti, il gusto protagonistico della critica (coltivato in particolare nelle trasmissioni americane), l’umiliazione sistematica del perdente, la gioia del vincitore e le lacrime dell’escluso utilizzate come ricompensa dell’attenzione concessa dallo spettatore, mi ricordano il circo romano. La decadenza dell’impero.

Non temo la competizione, mi piace la lotta ma aborrisco la mercificazione dell’umano, il protagonismo esasperato pronto a calpestare la dignità del concorrente per scatenare un applauso.

Il fatto che il figlio tredicenne di un amico si sia di nascosto iscritto a un talent, nonostante il parere contrario dei genitori che comunque hanno deciso a cose fatte di assecondare la scelta,  è naturale che mi preoccupi, perché non so che conseguenze la partecipazione del ragazzo all’iniziativa possa portare in campo emotivo e anche fisico.

 

La scelta dell’età

Della fragilità specifica della voce bambina ho già parlato in un articolo dedicato .

Nonostante la prudenza necessaria per far cantare in età evolutiva sia nota, un certo stupore merita il fatto che sempre più iniziative siano  riservate a preadolescenti (fruitori privilegiati del mercato musicale) non considerando che l’età della muta vocale è la più fragile della vita per evidenti ragioni organiche.

L’increzione ormonale sta facendo mutare in senso dimensionale rapidamente l’apparato vocale e trova nella laringe e nello specifico nelle corde vocali il proprio organo bersaglio. Nel maschio l’accrescimento può essere così rapido da causare difficoltà nella tenuta adduttoria e nel mantenimento del registro. Nella femmina la non raggiunta maturità della muscolatura intrinseca genera difficoltà nel controllo delle intensità. In entrambi i sessi più che le inevitabili incompetenze esecutive si deve temere la messa in atto di compensi che possano danneggiare l’organo pur dando luogo a una esecuzione accettabile.

Una ulteriore criticità è data dalla tempistica degli incontri eliminatori. Si può iniziare in premuta e terminare in muta completata, magari cercando di mantenere il medesimo repertorio. Inoltre manca nel preadolescente la capacità di autocontrollo quotidiano della vocalità. Se nel bambino cantore dobbiamo temere la eccessiva frequenza di fenomeni infiammatori rinoadenoidei durante i quali il piccolo può essere obbligato a cantare, nel ragazzo che frequenta le medie ciò che va temuto è l’uso intensivo, iperfunzionale, potenzialmente traumatico della voce nel gioco, nella interazione con i compagni, nello sport.

 

Chi protegge il cantante adolescente?

La famiglia non possiede quasi mai conoscenze fisiologiche e di autosalvaguardia vocale. Ad esempio pochi sanno quanto è concesso cantare nella giornata a una voce giovanissima, e per quanto tempo consecutivo. Alcuni guardano con benevolenza i propri figli accanirsi per molte ore al giorno, non capendo che si tratta di una attività che impegna pesantemente la laringe.

Inoltre sino all’età adulta, e spesso anche da adulti, se non si è stati educati correttamente, non è facile capire se ciò che si sta facendo cantando può causare danno. I segni percettivi di fatica vocale, il malessere, anche fisico, legato al surmenage possono non essere considerati inviti alla prudenza ma indicatori di incompetenza tecnica e invitare a fare di più non di meno. In più nel canto domestico, che da questi soggetti è molto praticato, non si esegue un riscaldamento vocale né tanto meno un raffreddamento.

 

Il repertorio

Capire quale è il repertorio adatto alla propria voce può essere complesso per un adulto ma sono certa che un preadolescente lasciato a se stesso non seguirà altra guida che le proprie preferenze estetiche e tenderà a privilegiare brani interpretati dai propri artisti preferiti. “Voglio cantare come…” è spesso quello che mi dicono i miei giovanissimi pazienti. Da qui a imitare ciò che l’artista fa il passo è breve.

Un ragazzino non si rende conto che ciò che ascolta nella traccia musicale è l’esito finale di ore di registrazione, di montaggi e tagli. Ciò che viene prodotto e commercializzato (eccezione per i live) non è la voce naturale dell’artista ma spesso il distillato di ciò che sa fare meglio. La pretesa nella propria camera di fare altrettanto non solo è irrealistica ma pericolosa.

L’attenzione sul prodotto vocale e non sul come esso viene raggiunto è tipico dei giovani che si avvicinano al canto.

 

La schiavitù della performance

Il disinteresse sul come si emetta la voce può essere presente anche in sede di stage preparatorio o in fase già spettacolare. Il pressing che accompagna ogni produzione è da solo un invito alla ricerca del risultato, costi quel che costi.

Educare in questa condizione è impossibile, occorre poter andare in scena.

Questa necessità performativa è proprio quello che più mi preoccupa nel canto in età adolescenziale. Temo infatti che il talent abbia come finalità la creazione di un prodotto non la crescita di un soggetto.

All’interno del mercato mediatico occorre infatti produrre continuamente oggetti fruibili, comprabili, economicamente vantaggiosi per chi investe denaro e risorse, salvo poi dismetterli a fine corsa.

 

Risultati 

Inoltre ciò che è vendibile non è detto che sia sano. Una voce femminile acerba, con noduli cordali e conseguente fuga d’aria e scurimento timbrico può essere giudicata interessante e non malata. Una voce maschile all’esordio della muta che venga prodotta in affondo lariingeo può sembrare tenorile e non forzata e disfunzionale. E una volta esaurita la fruibilità del prodotto, investire sul suo risanamento tocca alla famiglia, purché se ne accorga.

 

Cosa fare allora? 

Una garanzia è la presenza di un insegnate di canto che davvero educhi e non ammaestri e sono felice di averne nel tempo formati alcuni. Il primo oggetto di interesse deve essere il ragazzo, non la sua voce. Gli adulti devono garantire a chi sta crescendo esperienze positive, sia che si concludano con una eliminazione sia che portino a un successo e nessuna esperienza è più gratificante di scoprire qualcosa di sé, qualcosa che si intuiva di avere ma si nascondeva sotto l’imitazione, la stereotipia vocale o che si credeva di poter coltivare senza abnegazione e costanza.

 

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